Premessa: per quanto mi riguarda i migliori suoni dell’anno sono stati i versetti, i gridolini e i pianti di mia figlia. Detto questo il 2021 musicale è stato piuttosto intenso, perlomeno discograficamente parlando.
La triade del “nuovo” post-punk inglese (anche se a conti fatti di post-punk c’è forse solo il contorno) composta da Black Country, New Road, Black Midi e Squid è stata forse quella che ha caratterizzato maggiormente la prima parte dell’anno. Nulla che non fosse già prevedibile da quando le tre band avevano iniziato a farsi conoscere nel 2019 ma il fatto che tutti e tre abbiano pubblicato – ottimi – album in studio nel giro di pochissimi mesi ha sicuramente creato un momentum degno di nota. I Black Country. New Road erano forse i più attesi e non hanno deluso nonostante la minima quantità di materiale davvero inedito (For The First Time), i Black Midi hanno alzato ulteriormente l’asticella della follia facendo nuovamente centro (Cavalcade) e gli Squid con Bright Green Field hanno confermato tutto ciò che di buono avevano mostrato con l’EP Town Centre. In questi ambiti già attesi per il 2022 i Caroline. Già che parliamo di post-post-punk britannico assolutamente doveroso citare anche il debutto dei Dry Cleaning, anche loro alla conferma dopo gli EP del 2019 con l’album New Long Leg, inferiore a quelli della triade appena citata ma comunque apprezzabile. Degno di menzione anche il sophomore targato Shame (Drunk Tank Pink, meno diretto e più maturo dell’esordio). Rimanendo in area (post) punk e dintorni, molto bene gli IDLES che con Crawler tornano a puntare allo stato di culto abbandonando certe prevedibilità che caratterizzavano il precedente e più fortunato Ultra Mono. Non è Joy as an Act of Resistance ma è un ritorno in carreggiata non così scontato considerate le piazze mediatiche ormai raggiunte. Integri e sempre interessanti anche gli Iceage che con Seek Shelter aumentano il ventaglio di una proposta che – seppur abbia dato il meglio qualche anno fa – continua a convincere.
Parlando di chitarre & riff, impossibile non citare i Turnstile che con Glow On mettono la parola fine ad una gavetta HC lunga dieci anni, plasmando un punk-rock crossoveristico che non disdegna aperture più dreamy. Su sonorità ancora più dritte convincenti senza dubbio anche le seconde prove di Viagra Boys e Amyl and The Sniffers, entrambe un po’ “more of the same” di quanto proposto nei rispettivi esordi ma in definitiva materiale che cementifica la loro posizione all’interno del panorama mondiale.
Tornando a parlare di top dell’anno una citazione d’onore sicuramente la merita Iosonouncane con il suo IRA, un lavoro(ne) ambizioso, complesso e maestoso che forse con i mesi ha perso parte della spinta iniziale ma che ha aiutato a porre quello che probabilmente è il più importante artista italiano degli ultimi 10-15 anni in un contesto più internazionale.
Rimanendo pienamente in contesti top dell’anno, sul fronte hip hop – a meno di sorprese dell’ultima ora da parte di Kendrick – quest’anno Little Simz non ha avuto assolutamente rivali: il suo Sometimes I Might Be Introvert è ancora più articolato e imponente del già ottimo Grey Area di due anni fa. Certo, Tyler the Creator ha un talento tale che gli impedisce di fallire (il ritorno all’hh più classico di Call Me If You Get Lost) ma nulla può contro una Little Simz in stato di grazia. E questo vale anche per top player come JPEGMafia (LP!, altro centro pieno) e Madlib (Sound Ancestors) e, da questa parte dell’oceano, per Dave e Slowthai, entrambi in grado di superare agilmente la fatidica prova del “secondo album” rispettivamente con We’re All Alone in This Together e TYRON. Sul versante più sperimentale davvero interessante il ritorno degli Injury Reserve (By the Time I Get to Phoenix).
Per quanto riguarda quei nomi che non hanno certo bisogno di presentazioni e che tendenzialmente difficilmente finiscono per deludermi, i Low hanno pubblicato uno dei loro migliori dischi (Hey What) dando nuova linfa ad una seconda parte di carriera ripartita alla grande con Double Negative dopo alcune prove meno memorabili; i Godspeed You! Black Emperor sono sempre loro per fortuna (G_d’s Pee AT STATE’S END!), meno attesi e quindi per certi versi più sorprendenti gli Arab Strap (As Days Get Dark) e i War On Drugs – seppur ripuliti – con I Don’t Live Here Anymore hanno ancora una volta dimostrato di sapere scrivere (tante) grandi canzoni. Il classico album che sulla carta non dovrebbe piacermi (certe cose 80s cheesy tra Bryan Adams e Phil Collins…) e che invece finisco per ascoltare sempre volentieri (anche se obiettivamente è uno scalino sotto a A Deeper Understanding e due sotto a Lost In The Dream. War On Drugs che mi fanno da gancio per citare altri tre nomi che hanno in qualche modo rinvigorito un revival heartland rock con album non da lista di fine anno ma comunque gradevoli: Strand of Oaks (al suo apice o poco ci manca) con In Heaven, Sam Fender con il buon sophomore Seventeen Going Under e i The Killers con Pressure Machine a confermare un ritrovo di forma (già il precedente Imploding the Mirage non era da buttare) dopo tante prove poco ispirate.
Sul versante cantautorale decisamente affascinante An Overview on Phenomenal Nature di Cassandra Jenkins, un lavoro tanto bucolico quanto metropolitano. Sufjan Stevens meglio con Angelo De Augustine (A Beginner’s Mind) che nell’ultima versione solista (The Ascension), Spellling che va a sfidare le altezze raggiunte da Kate Bush con The Turning Wheel, Arlo Parks e il suo pop di qualità con sentori late-90s (Collapsed in Sunbeams) e Cory Hanson che risulta apprezzabilissimo anche lontano dai WAND (Pale Horse Rider).
Per quanto riguarda le proposte outsider quest’anno degni di nota Lil Ugly Mane in formato più cantautorale e meno cloud-rapper (Volcanic Bird Enemy and the Voiced Concern), l’art rock teatrale degli Horsey (Debonair), il minimalismo notturno di Tirzah (Colourgrade) e il ritorno di Dean Blunt con Black Metal 2, LINGUA IGNOTA alla conferma con le liturgie dark di Sinner Get Ready, l’urban music a 360° di Genesis Owusu (Smiling With No Teeth), l’hip hop industriale e tagliente di Backxwash (I Lie Here Buried With My Rings and My Dresses) e i Sault di Nine (forse inferiore alla coppia di release dello scorso anno). Sul versante più vicino ai contesti indie sempre piacevole la chillness totale dei Men I Trust (Untourable Album), impeccabile il synthpop dei Nation of Language che azzeccano anche il sophomore album (A Way Forward), interessante il modo di intendere la psichedelia dei Spirit Of The Beehive (Entertainment, Death), a tratti ammalianti le aperture pop dell’ultima Japanese Breakfast (Jubilee) e delle sofisticherie targate Weather Station (Ignorance), bene anche gli Smerz, arrivati finalmente all’esordio lungo (Believer). Menzione d’onore anche per i culti internettiani Sweet Trip (al ritorno dopo dodici anni con A Tiny House, in Secret Speeches, Polar Equals), Parannoul (To See the Next Part of the Dream), nome di spicco della scena gaze-emo-DIY coreana (vedi anche Asian Glow) e i Magdalena Bay autori di un pop trasversale godibile e senza pretese. Per finire, siccome sono abbastanza di parte, cito un po’ di album indie pop/jangle-pop che probabilmente non andrebbero inclusi in una lista year-end cross-genere ma che mi sento di consigliare: il ritorno dei Makthaverskan (För Allting), il lavoro più desertico targato Still Corners (The Last Exit), l’esordio lungo dei Ducks Ltd. (Modern Fiction), la freschezza di Fritz (Pastel) e in generale tutti i brani che ho incluso in questa playlist.
Sul fronte elettronico nessun capolavoro ma tanti bei dischetti: 4 New Hit Songs targato Doss, To Hell With It di PinkPantheress, For Those I Love di For Those I Love, Fire di The Bug, Mirror Guide di Giant Claw, Still Slipping Vol. 1 di Joy Orbison, Reflection di Loraine James e Im Hole di aya. Sul finire dell’anno anche Arca ha messo la bandierina con quattro lavori Kick che – suppur contenenti alcuni momenti davvero ottimi – per uno come me che preferiva l’Arca pre-latin, complessivamente sono un po’ too much. Menzione a parte per Floating Points che con Pharoah Sanders e la London Symphony Orchestra ha virato sul jazz minimale e sospeso nell’ottimo Promises. Dal sottobosco web-centrico sicuramente ancora da tenere d’occhio (anche se la spinta sembra essersi un po’ frenata) tutto il movimento hexd che arrivano fino alle contaminazioni hyper di dltzk. Ancora da capire quale sarà il nuovo “genere” che definirà questa prima parte degli anni venti ora che la deconstructed club è in parabola discendente nonché ormai assimilata in altri contesti. Per il momento ci sono gli ennesimi sentori di un revivalismo 1995-2000 con riproposizioni DIY di drum&bass, 2 step e trance ma certamente speriamo in qualcosa di più impattante.
Lasciamo da parte le cose belle e arriviamo quindi al pop inteso come musica prettamente mainstream e in questo ambito non ci sono dubbi: il 2021 è stato l’anno di Olivia Rodrigo. I numeri sono dalla sua e parlano chiaro: il target di riferimento (principalmente teenager) ha abbandonato Billie Eilish (che d’altro canto ha realizzato un buon disco, Happier Than Ever) ed è passato alla californiana di Drivers License in attesa del prossimo nome tra 1-2 anni. Se parliamo di numeri non possiamo non citare Doja Cat (Planet Her) e Lil Nas X (Montero) che con i rispettivi album stanno continuando a macinare plays in modo importante. Va citato, per forza di cose, pure Justin Bieber che con Justice (forte di deluxe, contro deluxe e complete version) si è riscattato dopo il fallimentare Changes. E ancora, come non citare Taylor Swift che a livello di vendite con uscite minori come le sue “versions” (Fearless e soprattutto Red) riesce ad ottenere risultati migliori di tante altre superstar alle prese con album di inediti. Dua Lipa e The Weeknd hanno continuato a fare bene con i due dischi del 2020 e sfortunatamente va citato anche il discusso country-divo Morgan Wallen che negli USA ha letteralmente fatto sfracelli. In ambito mainstream il 2021 è stato anche l’anno della sfida – svoltasi principalmente sulle piattaforme streaming – tra Kanye West e Drake con il primo autore di un disco sicuramente più interessante (in Donda due/tre pezzi sono davvero ottimi) e con il secondo con il solo obiettivo di ripetere i numeri di Scorpion tra non pochi sbadigli (Certified Lover Boy). Sfida durata il tempo di un paio di settimane dato che ultimi mesi dell’anno – come spesso accade – sono stati in mano al pop più canonico con le release ravvicinate di bestseller assoluti come Ed Sheeran (che per il momento ha racimolato molto meno del previsto con Equals), ABBA (al ritorno dopo 40 anni con Voyage) e soprattutto Adele (30) ovvero la numero uno in assoluto degli ultimi dieci anni se si parla di vendite. Questo terzetto di classicismo pop ha aiutato ad allontanare ulteriormente dalle classifiche la trap che già nei mesi precedenti aveva iniziato a perdere (finalmente?) forza, ma è davvero meglio tornare indietro di anni rispolverando il pop nella suo forma più inoffensiva?
Se il pop torna ad essere inoffensivo cosa dire del rock (o pop-rock per utilizzare un ventaglio più ampio) che sopravvive in ambito mainstream in pratica solamente con i Måneskin (i vari Coldplay, Imagine Dragons, Twenty One Pilots hanno raccolto davvero poco rispetto al passato)? Al netto della qualità della proposta (per quanto mi riguarda prossima allo zero) è comunque assurdo sapere che nel 2021 l’unico esponente rock (o pseudo tale) in grado di competere anche solo minimamente con le pop star mondiali appena citate sia una band italiana. Siamo obiettivi, chi l’avrebbe mai detto?
Piuttosto fallimentari – per il momento – gli ultimi progetti di Lorde (Solar Power oltre ad essere particolarmente brutto è andato parecchio male) e Lana Del Rey che con la doppia release Chemtrails Over the Country Club e Blue Banisters è praticamente sparita dalle charts (pur mantenendo una certa dignità compositiva che ha raggiunto l’apice con Norman Fucking Rockwell!). |
A livello nazionale, oltre al già nominato Iosonouncane, tra le cose che mi hanno convinto maggiormente menziono Blak Saagan (Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo), Studio Murena (Studio Murena, hh+jazz), Smile (The Name Of This Band Is Smile, jangle-rock), a/lpaca (Make it Better, psych-rock), You, Nothing. (Lonely // Lovely, dreamy post-punk), Leatherette (Mixed Waste EP, art rock), Qlowski (Quale Futuro?, post-punk), Super Fat Ginger Cat (MAW, stoner-psych-alt), KOKO (Shedding Skin, dream-art pop) e Sacramento (Latte, The Italian Breakfast, hypnago-chill pop). Buone anche le prove di Venerus (Magica Musica) e Rares (Folk_2021).
Parallelamente non si può non notare come i connotati del pop italico stiano nuovamente cambiando: Måneskin esclusi, dopo la sferzata trap-rap via streaming che piaccia o non piaccia ha (finalmente) portato quel ricambio generazionale e stilistico che si aspettava da anni (per non dire decenni), nel 2021 è ciò che potremmo definire post-trap ad aver dettato legge. Che sia post-trap o semplicemente pop music contaminata poco cambia: Rkomi ha abbandonato quasi totalmente i retaggi trap per proporre un lavoro fondamentalmente pop (Taxi Driver) che con ogni probabilità sarà il più “venduto” dell’anno (Sangiovanni permettendo), Blanco è esploso definitivamente con Blu Celeste che non ha fatto in tempo a contrastare Rkomi ma che sicuramente farà ancora molto bene l’anno prossimo, Madame ha raccolto i frutti con un disco (Madame) che mette in risalto solo una piccola parte di un talento che era emerso in modo più netto nei primi singoli, Mace con il suo Obe ha scritto un manifesto stilistico con l’occhio puntato al futuro, da Amici è uscito addirittura qualcosa di contemporaneo (Sangiovanni) con tutte le riserve del caso (ovviamente) e Chiello che fuori dalla FSK punta dritto all’it-pop con una certa imprevedibilità. Non vorrei essere frainteso, tutti nomi abbastanza lontani dai miei gusti e che parlano ad un pubblico con la metà dei miei anni, ma quando ci sono scossoni di questo tipo cerco di comprenderli senza disdegnare a priori (e ci riesco a malapena, purtroppo). In ambito hip hop a livello di risultati commerciali meglio i veterani (Salmo e soprattutto Marracash) che le nuove leve. Da segnalare anche una frenata di tutto quello che era il pseudo-indie/it-pop, ormai arroccato attorno ai carrozzoni ruffiani dei Pinguini Tattici Nucleari e di Gazzelle.
Top 20 Album 2021
- Black Country, New Road – For The First Time
- Black Midi – Cavalcade
- Squid – Bright Green Field
- Iosonouncane – IRA
- Little Simz – Sometimes I Might Be Introvert
- Low – Hey What
- Injury Reserve – By the Time I Get to Phoenix
- The War on Drugs – I Don’t Live Here Anymore
- Spellling – The Turning Wheel
- Turnstile – Glow On
- Cassandra Jenkins – An Overview on Phenomenal Nature
- Godspeed You! Black Emperor – G_d’s Pee AT STATE’S END!
- Tyler The Creator – Call Me If You Get Lost
- JPEGMAFIA – LP!
- Idles – Crawler
- Nation of Language – A Way Forward
- Iceage – Seek Shelter
- Lil Ugly Mane – Volcanic Bird Enemy and the Voiced Concern
- Dry Cleaning – New Long Leg
- Viagra Boys – Welfare Jazz
Canzoni -> Playlist 2021
Film*
*Quest’anno ho visto meno film del solito, più che una classifica è una suddivisione grossolana.
– consigliati –
Nomadland
Judas and the Black Messiah
La terra dei figli
Sound of Metal
È stata la mano di Dio
Atlantide
Ham on Rye
The Power of the Dog
The Father
The French Dispatch
Dune
Promising Young Woman
– ok –
Bo Burnham: Inside
Wolfwalkers
Est – Dittatura Last Minute
The Card Counter
Minari
Seaspiracy
Adolescentes [Adolescents]
Shiva Baby
Last Night in Soho
Luca
Biggie: I Got a Story to Tell
My Octopus Teacher
– ok ma… –
Babyteeth
Pieces of a Woman
One Night in Miami…
Malcolm & Marie
Don’t Look Up
Framing Britney Spears
Cruella
Dick Johnson Is Dead
I Care a Lot
孤味 [Little Big Women]
The Woman in the Window
Figli
– anche no –
The Midnight Sky
The Gentlemen
On the Rocks
Serie TV & co*
*Stesso discorso fatto per i film
– consigliati –
I Know This Much Is True
Strappare Lungo i Bordi
Squid Game
Mare of Easttown
Sex Education 3
Pretend it’s a City
– ok –
Undoing
SanPa
The Pharmacist
Veleno
/ Recupero: The Sopranos (ci ho messo un anno ma ne è valsa la pena)