Recensioni

7.2

È un Tyler the Creator un po’ di transizione e non immediatamente decifrabile, quello di Call Me If You Get Lost. Dopo il concept di IGOR a suon di soul, r&b e maniere varie, questo nuovo lavoro è sicuramente molto più vario musicalmente e meno legato a un’idea narrativa di fondo rispetto al suo predecessore. Sembra quasi di avere un Tyler-compendio tra le orecchie, comprendente tutte le fasi del suo percorso – condotte qui in modo più maturo che mai – e anche qualcosina di inedito. 

Ad esempio, abbondano i flashback in area Goblin, vedi la minimale – basso, batteria, qualche sparuto accordo e un bel crescendo di synth nella seconda parte – Massa. Qua e là le cose sanno farsi toste (ma il giusto): Lemonhead è la personale versione made in Tyler di una trap-banger, con fiati pomposi e 808 tagliate al laser, Wusyaname, invece, è una disordinata ma coerente puciata di piedi nei soliti lidi r&b anni ’80, morbida e stilosa. Episodi come questo sembrano volutamente collocati in scaletta adiacenti a speculari contraltari come Lumberjack, cupissima e ossessiva. Questa dicotomia è portata avanti anche in quello che è il pezzo cardine del disco, anche solo a livello di minutaggio: Sweet/I Thought You Wanted to Dance. Se la prima tranche è una squisita ballad ancora piacevolmente smarrita negli anni ’80 (con melodie notevoli), la seconda presenta un inedito Tyler prestato a un pezzo reggae sorretto da un bassone dub carnoso e inaspettato. La fusione tra le due anime del pezzo è straniante in senso piacevole, e la cosa funziona. Sostanzialmente l’unico punto di domanda è l’indecifrabile Wilshire, 8 minuti che non vanno in nessun posto particolare con un missaggio audio probabilmente ad opera di ubriachi. 

L’altra buona notizia è che il protagonista torna finalmente a rappare sul serio, e quando lo fa, beh, lo fa davvero: vedi la hit a suon di boom-bap e svolazzi jazzati di piano Corso, piuttosto che gli affondi politici (sulla non-obbligatorietà di una presa di posizione da guru) di Manifesto. Un’escursione quest’ultima sicuramente riuscita ed efficace, per quanto isolata. Perché nel suo rispolverato rap Tyler parla soprattutto di sé, del suo rapporto con il successo che ha avuto, e di quanto sia cambiato sia avendolo ottenuto che per ottenerlo. Tutto bello e tutto meritato ci mancherebbe, anche se alla lunga il tutto può suonare un po’ troppo autoreferenziale. Nel senso che in questo disco c’è Tyler e solo Tyler, il che può essere un sollievo oppure un grosso limite. E se musicalmente abbiamo tra le orecchie forse il suo lavoro più a fuoco e ispirato ad oggi, da un punto di vista testuale la freschezza di questa narrazione egoriferita si esaurisce molto presto.

Può anche bastare così, sia chiaro, perché il talento nello sfornare hit schiacciasassi con questa facilità è lì da vedere. Prendiamo Juggernaut, con Lil Uzi Vert e Pharrell Williams (e infatti il retrogusto di Neptunes è bello importante), messa lì con nonchalance in coda alla scaletta, quasi dimenticata, e sarebbe stato il singolo della vita per tantissimi altri. 

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