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7.3

Non è uno che se ne sta con le mani in mano, Richard Martin. Arrivato alla quarta uscita nell’anno solare (!), con Fire torna a vestire le vesti di The Bug, dando continuità al filone iniziato con l’ormai classico London Zoo (2007) e proseguito con Angels & Devils (2014). Nel frattempo, in questi sette anni, una tonnellata di partecipazioni, produzioni con i King Midas Sound o altri moniker e collaborazioni; tra le ultime quella con Dis Fig, lo scorso anno: In Blue condensava, in una veste addolcita dalla vocalità della cantante statunitense, le derive riddimate e industriali con la vena meditativa e ambient che tanto ha affascinato Martin negli ultimi tempi. Prova ne sono le ultime uscite di quest’anno, firmate a suo nome e tutte legate da una riflessività più dilatata rispetto alle claustrofobie dub-industrial che il Nostro bazzica ed edifica fin dai primi 90. 

Al contrario, lo sappiamo, The Bug è l’animo incazzato nero di Martin, quello primitivo, legato alla fisicità del suono e della musica come momento collettivo in grado di essere catartico, scioccante, disturbante. Compresso da mesi di confinamento e isolamento – i quali hanno sì ispirato la sua vena creativa più meditabonda, al contempo però alimentando una brace rovente – Fire esplode con una violenza totalmente disinibita, da far saltare i vetri alle finestre e mettere a dura prova i sub. 

Dimenticata – quasi – ogni ambizione di coagulare attorno alla sua dancehall post-apocalittica una dialettica in parte più misurata, come era stato in Angels & Devils – Martin alza il piede dal freno e scarrella la più cupa delle sue uscite (e non era impresa facile, va detto). Lo ha dichiarato lui stesso in sede di presentazione, ha voluto cercare di superare le sue manie di controllo, lasciando che le cose prendessero una forma il più istintuale possibile. Non c’è nemmeno l’ombra (anzi: la luce) di un allentamento nella tensione che pervade i 50 minuti della tracklist, se escludiamo il sipario spoken (The Fourth Day in apertura e la fortissima The Missing. dedicata alle vittime delle Grenfell Towers a chiudere) orchestrato insieme al sodale del progetto King Midas Roger Robinson che contribuisce a fornire una sorta di cornice distopica al tutto: «The robots started delivering the food / The only way we will see our families would be through the square screens», recita Robinson e… no: si rompe qui l’inganno, la distopia è pericolosamente vicina alla realtà che attraversiamo. Martin decide di buttarcisi dentro a capofitto, trascinando con sé una consueta pletora di vocalist. 

Ci sono quelli di lungo corso: Flowdan su tutti (ben tre apparizioni per l’anima di Roll Deep) a dare il via alle danze con una Pressure che mette subito in chiaro quanto i bassi saranno spropositati (e ce lo conferma il riddim forsennato e ineluttabile di Hammer) ma anche Loganche sfoggia il flow più incalzante del lotto nelle sue Clash e Fuck Off, e una Moor Mother (già apparsa insieme a Martin nel progetto uscito nel 2019 a nome ZONAL) strisciante e in grande spolvero nella sporchissima e cigolante Vexed. C’è spazio pure per divagazioni da (post)dancehall non particolarmente originali nelle tematiche con Daddy Freddy (Ganja Baby) – chissà se gli automi o chi per loro si faranno le canne. 

Un disco abitato da figure oscure, demoni, armi, un disco battagliero (prendi anche War, col poeta dub giamaicano Nazamba), che spinge prima di tutto per tornare ad agitare i dancefloor e i locali. Per Martin la musica dev’essere qualcosa capace di “modificare il DNA”, e anche se la provocazione è evidente, rende alla perfezione l’idea della forza con la quale il produttore ha innervato questo nuovo lavoro. Ma spinge in un certo senso anche per ritrovare un senso di comunità, oppresso e messo a dura prova in questi mesi. Prendendo quanto detto in London Zoo e attualizzandolo nella distopia fatta realtà, The Bug si riprende la scena. Aver lasciato andare i freni ha liberato un’energia necessaria.

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