Recensioni

Quanti artisti “indipendenti” oggi in Italia potrebbero permettersi il lusso di creare una aspettativa tale da delegare la presentazione di un nuovo disco a un tour sold-out nei teatri e negli auditorium – poi non andato in porto a causa del Covid, ma verrà recuperato – prima ancora che venga pubblicato l’album? L’attenzione spasmodica con cui Iosonouncane viene seguito, nonostante una formula musicale tutt’altro che immediata – attenzione alimentata anche dai lunghi periodi di assenza dalle scene del musicista – ha un che di quasi religioso, un po’ come succede su scala internazionale a dei Radiohead glorificati ad ogni passo da una fanbase adorante.
Seguendo le briciole sparse per il web da una campagna di marketing che ha di fatto blindato il nuovo album – pubblicato non a caso da Numero 1, ovvero Sony – approdiamo dunque a IRA, in uscita il 14 maggio e successore di quel DIE che ha contribuito non poco a far conoscere Iosonouncane fuori dalle cerchie della cosiddetta musica alternativa. I 6 anni trascorsi dall’ultimo lavoro sono racchiusi in 17 tracce, per un’ora e cinquanta minuti di musica oscura e inquietante. Un monolite spinto a forza in tre vinili e due CD che sfida i concetti di portabilità e facilità di fruizione tanto in voga oggigiorno, rappresentando idealmente quella che invece è la natura profonda dell’Incani-pensiero: un universo di dettagli musicali infinitesimali coordinati da un approccio al suono artigianale, fuori dal tempo e quasi ideologico – o come lo chiama lui nella nostra intervista, un «concept» – fondato su una progettualità sempre più complessa e strutturata, disco dopo disco. Tanto che IRA non potrebbe essere più lontano dagli esordi del musicista: se DIE vi era sembrato un salto mortale carpiato rispetto a brani come Il corpo del reato e La Macarena su Roma, capace tuttavia di conciliare nuove istanze musicali con un DNA riconoscibile (soprattutto nell’onnipresente Stormi), IRA vi lascerà semplicemente di sasso. E il documentario di Alberto Gottardo e Francesca Sironi CARAVAN, uscito via Nexo Digital e incentrato sulla lavorazione dell’album, probabilmente non contribuirà a chiarire le cose.
Visto dall’esterno, IRA non è un semplice disco, ma un atto sovversivo, violento e radicale contro l’Iosonouncane del passato. Lo è nelle parti vocali, con l’italiano che sparisce in favore di una neolingua – o perlomeno questo è quello che ci è sembrato di capire senza avere i testi sotto mano – in cui si mescolano arabo, inglese, francese e spagnolo; lo è nella lunghezza e nella quantità dei brani in scaletta; lo è nella volontà di lasciare il cantato “sotto” rispetto a un suono che segue le maree dell’ispirazione, appoggiato a un esoscheletro che potremmo definire vagamente ambient o post-rock e in cui spiccano strumenti come mellotron, sequencer, sintetizzatori, batteria e molti altri – suonati da Serena Locci, Simone Cavina, Mariagiulia Degli Amori, Francesco Bolognini, Simona Norato, Amedeo Perri e orchestrati da Incani e da Bruno Germano; lo è infine nel suo voler essere un disco ipnotico e sperimentale ma anche fondamentalmente legato alla melodia, parto di un singolo artista e di alcuni collaboratori fidati ma anche figlio di una varietà di suoni e culture che, passando da certe percussioni tribali, tocca l’elettronica, parvenze di industrial (Ashes, Jabal), arrivando fino al Medio Oriente (Foule).
Quando si scende sotto la superficie, le cose si fanno ancora più interessanti. È necessario però immergersi nel disco utilizzando magari un bel paio di cuffie e sporcarsi le mani con questo racconto di una «moltitudine in viaggio» lasciando perdere concetti come la forma canzone e recuperando invece un approccio cenestesico, in cui a guidare le danze sia ogni membrana del nostro corpo sollecitata dal suono. La voglia di scendere o meno a patti con i tempi di percorrenza lunghi dei brani determina in realtà la profondità con cui si arriva a comprenderli, e una metafora di tutto questo potrebbe essere la Hajar posta quasi in chiusura: un brano che mira a produrre una sorta di trance indotta dai suoni senza il bisogno di additivi chimici. E che dire di una Niran in cui fa capolino un Robert Wyatt perso in qualche deserto del Maghreb, di una Ojos che sembra presa di peso dall’immaginario di David Lynch o di una Prison che inizialmente sembra fare il verso a un compositore come Ligeti per poi trasformarsi prima in una litania tribale e poi in una sorta di periferia dei Jesus Lizard?
Per una volta non sono però i brani singoli a determinare il risultato finale, ma l’insieme delle parti: IRA decide coscientemente di non farti respirare, di rinunciare a quell’alternanza tra tensione e rilascio tipica della musica, immaginando un suono che acquisti forza e pregnanza in rapporto al tempo che gli si dedica. Noi ci abbiamo messo circa due settimane per arrivare ad apprezzarlo, e non ci siamo pentiti.
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