Recensioni

Dopo la tempesta perfetta di When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, con la pioggia di Grammy e lo tsunami al botteghino, per la neanche ventenne cantautrice losangelina arriva il momento di fare i conti con se stessa, con la propria fama (gigantesca), con le aspettative (gigantesche) del pubblico. Insomma, tocca al difficile secondo album.
Va detto che non si è affatto risparmiata: le tracce sono ben sedici, alla faccia delle “linee guida” suggerite dai soloni dello streaming che spingono verso uscite più brevi e magari ravvicinate, come a dire che sarebbe meglio lasciarli perdere quei fossili degli album. Per Billie invece, al di là dell’ispirazione evidentemente generosa, si tratta di un formato non solo opportuno ma addirittura decisivo. Casomai, dove invece si dimostra misurata è nell’abito delle canzoni, anche qui andando contro al costume diffuso di sgomitare con proposte sature di effetti ed espedienti, in scia a un sensazionalismo sonoro che sembra la prosecuzione della “loudness war” con mezzi pop.
Va dato atto alla Eilish (e al fratello Finneas, anche stavolta co-produttore e co-autore) di avere fin da inizio carriera rifiutato di partecipare a questo gioco al massacro, mettendo a punto una calligrafia essenziale, fatta di pochi e ben dosati elementi, commisurati del resto al canto di Billie, trattenuto, sussurrato, a tratti accartocciato su se stesso. Questa strategia d’introversione intriga proprio per come rischia di apparire snervante, quasi a suggerire un dialogo in primo luogo con se stessa, una sorta di auto-terapia o di rito per esorcizzare i fantasmi, l’inadeguatezza da post-adolescente affacciata su una realtà difficile, spesso ostile. Canto che pure rivela potenzialità considerevoli ma centellinate, che filtrano come bagliori dalla foschia, in una costante allusione a ciò che innanzitutto Billie Eilish vuole non essere, non diventare, non sembrare.
Ci sono gli estremi per definire Happier Than Ever un concept album? La tentazione in effetti è forte. Le canzoni girano attorno a Billie (ragazza e artista) alle prese con l’assedio di un mondo invasivo e molesto, nelle more quindi di un processo di formazione più complesso del normale ma chiamato a simboleggiare difficoltà comuni, a innescare perciò identificazione ed empatia in chi ascolta. Ci riesce? Proprio l’impostazione “confidenziale” di quel croonerismo strascicato contribuisce ad assottigliare – se non addirittura a eliminare – qualche grado di separazione, aiutato in ciò dall’aura DIY d’alto bordo: malgrado si tratti di un disco destinato a sbranare classifiche e playlist, parliamo comunque di una produzione avvenuta con modalità “indipendenti”, anzi addirittura in famiglia (le incisioni, avvenute in piena era Covid-19, si sono consumate nello studio casalingo di Finneas).
Tutto ciò traspare con evidenza dagli abiti sonori, che nel loro oscillare tra soul, suggestioni electro-hop e languori jazz-folk, sembrano impegnarsi nota dopo nota a definire un perimetro peculiare, la fragile campana di vetro del privato e della sfera emotiva individuale sottoposte all’aggressione insistente dei media e delle truppe social, per non parlare degli stalker da strada la cui mamma, si sa, è sempre più incinta (giusto lo scorso febbraio è stata emessa un’ordinanza restrittiva contro un coglione che si era accampato sotto casa di Billie).
Rispetto all’esordio, il passo in avanti non è solo il ricorso a stili più “classici” o, se preferite, adult-oriented, ma è la padronanza con cui vengono maneggiati, tanto da non sembrare – appunto – sfoggio stilistico ma anzi finiscono col risultare trasparenti rispetto alle intenzioni espressive. E, di conseguenza, congrui, malgrado i trapassi formali anche drastici, tipo quello tra il soul prima setoso e poi dinoccolato di my future (volutamente in minuscolo) e la successiva Oxytocin con i suoi claustrofobici pattern techno-latin, oppure tra la coppia Not My Responsibility/OverHeated (ambient e beat sintetici con nel mirino sessismo e invadenza dei media) e la seguente Everybody Dies/Your Power (la prima un soul-jazz immerso in caligine amniotica e la seconda una ballata folk aureolata di gravità malinconica).
Che Billie stia diventando grande insomma lo avremmo capito anche senza l’annuncio prosaico della opening Getting Older, ballata molto essenziale e vagamente beatlesiana (anche per versi quali “I just wish that what I promise/Would depend on what I’m given”) che ha l’indubbio merito di sintonizzare il mood e mettere l’ascoltatore sull’avviso. Dei birignao gotici che caratterizzavano la Eilish di Bad Guy non è rimasto granché, e comunque sembrano aver perduto quella grana da incubo adolescenziale a favore di un malanimo crudo ma raziocinante (quella NDA intrisa di retaggi synth-wave) in scia a un livore esausto (I Didn’t Change My Number) che sa giocarsi la carta della consapevolezza sferzante (Therefore I Am).
In questo quadro, una traccia come GOLDWING (stavolta tutto maiuscolo) è una presenza sorprendente ma allo stesso tempo comprensibile: due minuti e mezzo in cui c’è modo per una intro vocale dagli aromi spiritual (ispirata a un poema Hindu tradotto dal compositore inglese di inizio novecento Gustav Holst), salvo poi innescare una rumba ipnotica dalla neanche troppo vaga ascendenza trip-hop, il tutto dedicato a una enigmatica riflessione sul fare musica – e arte in genere – in questi anni rapaci e predatori (“You’re sacred and they’re starved/And their art is gettin’ dark”). Subito dopo c’è una Lost Cause che ciondola soul con la mollezza nodosa e stropicciata di una Amy Winehouse ammaliata dai Radiohead altezza A Punch Up At A Wedding, mentre Halley’s Comet atterra su un tappeto di palpitazioni di piano scozzando melò e disincanto (“I was good at feeling nothin’, now I’m hopeless”) con piglio folk-soul screziato di jazz agrodolce, permettendosi un valzerino retrò a chiudere quello che ha tutta l’aria di un vero e proprio teatrino.
Che dire: davvero notevole. Anche e soprattutto se paragonato alla prassi che vuole la pop-star di turno affidarsi sistematicamente alle cure del/dei producer di grido, in un vasto progetto di efficacia sonora dall’efficacia garantita e – va da sé – intrinsecamente conformista. Billie invece alza le paratoie, fa autarchicamente squadra col fratellone e piazza un prodotto sì pop ma inequivocabilmente proprio. Verrebbe quasi da dire: puro. O, se preferite: sincero.
Termini impegnativi, mi rendo conto. Ma non sono qui a santificare. I limiti ci sono eccome: tutto questo avvitarsi sui tormenti di ragazza con problemi a scendere a patti col proprio corpo, con l’immagine di sé negli altri, con la frantumazione del privato conseguente alla fama, tende infatti a mostrare la corda. A gioco lungo, suona fastidiosamente ombelicale. Non stupisce che la title track, chiamata a sventolare definitivamente i panni sporchi in piazza, dopo un inizio da radio a galena – che forse non spiacerebbe a un M Ward – manda tutto in vacca con un ballatone pseudo-rock ai limiti del caricaturale, tipico momento liberatorio da palazzetto (esageriamo: da stadio) come nei sogni più umidi di Miley Cyrus. Riprendiamo quindi l’assunto principale: Billie è cresciuta, sì, ma lei per prima sa – o dovrebbe sapere – quanto sia chiamata a crescere ancora. A rompere la bolla. A infrangere la campana di vetro.
Questo disco è indubbiamente riuscito, in sé è compiuto, ma non posso fare a meno di pensarlo come un capitolo di una vicenda di formazione in divenire. Che difatti non poteva chiudersi con la canzonaccia suddetta, ma sceglie per i titoli di coda la semplicità folk indolenzita di Male Fantasy, sempre all’insegna di un less is more disarmante (chitarra acustica e voce), atmosfera da cameretta e il timbro flautato da nipotina frugale di Lana Del Rey: spero che sia ciò che sembra, un punto e a capo definitivo su una promessa già piuttosto luminosa ma che, se saprà andare oltre i presupposti, diverrà una realtà pop folgorante.
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