Recensioni

Partiamo da due spunti. Uno: Madame è tra le cose migliori che circolano in ambito mainstream, nettamente avanti a un sacco di gente con il doppio/triplo dei suoi anni per capacità di scrittura, interpretazione, ecc. Due: la partecipazione a Sanremo, il singolo con Fibra (piuttosto scarico) e, da ultimo, l’annuncio della tracklist di questo disco, avevano fatto storcere un po’ il naso in vista del suo atteso esordio. Serpeggiava – almeno nelle mie narici – un odore di normalizzazione per poter piacere anche al grande pubblico, cosa che rischiava di depotenziarne parecchio la freschezza. Inoltre contare così tante collaborazioni (alcune francamente irricevibili) in un esordio solitamente non è un ottimo segnale.
Fatte queste premesse e macinati un po’ di ascolti, partendo dalla fine diciamo che questo non è l’esordio che avremmo voluto, ma l’inevitabile compromesso tra la spinta normalizzante e il vero valore della proposta. Il succo del discorso – cosa funziona e cosa invece no – è già tutto contenuto nel trittico iniziale. Su Il Mio Amico con il prezzemolino Fibra ci siamo già espressi: difficile pensare a un funk più finto e radio-friendly di questo. L’introduttiva Istinto invece apre le danze con una discreta produzione che fa un po’ Iron di Woodkid (o Vulkaan degli Yombe per restare in Italia). E poi c’è Voce, che resta un ottimo singolo: la struttura è quella di una ballata tradizionale, ma l’arrangiamento, arioso e a base di archi belli pieni, è quello di un pezzo pop del 2021.
Questo riuscito equilibrio tra tessuto classico e taglio fresco spiega bene perché il pezzo in gara sia piaciuto anche tanti ascoltatori non necessariamente in linea con il target anagrafico principale di Madame. Un esempio su tutti: la suocera di chi scrive, solitamente piuttosto restia ad apprezzare cose in orbita hh/trap ma capace di apprezzare una canzone come questa. Perché canzone questa è, anzitutto, e scritta bene: in una progressione di accordi prevalentemente minori, il pathos in crescendo deflagra magistralmente in quella transizione tra Fa minore e Mi bemolle a cavallo tra pre-ritornello e ritornello. Poi c’è l’interpretazione, dove Madame al solito gioca con un flow isterico, ostico e contro-intuitivo (provate a prendere una chitarra e cantare il pezzo, non è mica facile) e con un autotune che – come sempre dovrebbe essere – non è usato come stampella per una voce traballante, ma come vero e proprio strumento. Può piacere o meno, ma non è questo il discorso. Questa duplice giocosità – la vocalità ritmicamente e melodicamente imprendibile, piena di variazioni senza schema fisso – è poi la cifra stilistica costante di Madame, e quello che rappresenta la sua peculiarità più distintiva. In sintesi: ad oggi lei è una delle poche artiste che possono ambire a colmare il gap generazionale tra chi all’ultimo Sanremo ha votato i Maneskin perché ha una tremenda nostalgia delle chitarre, e chi sta passando l’anno della sua maturità più in DAD che in presenza. Poi è chiaro, può piacere anche agli old-schooler hip hop di mentalità più aperta perché rappare sa rappare, come dimostra in apertura di Dimmi Ora su una base boom-bap super classica.
Poi si procede tra cose buone e altre meno. Clito, già noto, è un pezzone che fa di una complicata semplicità la sua forza: prendere quattro accordi e costruirci sopra un ritornello perfetto, con le solite svisate a livello di flow che ti fanno dire «ok, questo è pop, ma non è il solito pop». Altrove invece si procede un po’ con il pilota automatico inserito. Tra Bugie, con una chitarrina da Yakamoto Kotzuga prima maniera e una scrittura abbastanza piatta («Voglio vibe positive / però resti tra noi / basta con le bugie»), lisergie ovattate (Mood) o beat da Godblesscomputer (il tandem di organelli e vocine in Bamboline Boliviane), la parte centrale cala un po’ di ritmo. Strafalcioni non ce ne sono, capolavori neppure. Ma veniamo al pezzo che ci spaventava di più: Babaganoush, la collaborazione con i Pinguini Tattici Nucleari. Se il titolo non lasciava presagire nulla di buono con quell’alone da cumino surgelato, il risultato va nettamente meglio di quanto si potesse sperare. Parliamo di un singoletto di Lous and the Yakuza (o Gaia, sempre se vogliamo rimanere in Italia) in cui le paventate note da Le Mille e una Notte formato minestrone Orogel si aprono in un ritornello contagioso che fa un po’ Le Notti d’Oriente. Detta così potrebbe sembrare esattamente l’incubo che si temeva, e invece funziona. È un pezzo pop appiccicoso e al confine con il kitsch, ma non privo di un fascino da guilty pleasure, in cui pure Zanotti risulta meno fastidioso del solito (skit finale escluso).
Si riprende poi un po’ di ritmo grazie a una seconda metà di disco all’insegna della cassa dritta, più tamarra e danzereccia: Luna, la già edita e irresistibile Baby, Mami Papi. Su tutto spadroneggia una house cafona il giusto, con ritornelli che si fanno canticchiare e anche qualche riuscita messa in versi delle dinamiche familiari vissute da una ragazza che – ricordiamolo una volta di più – ha 19 anni. Peccato solo per il feat. con Ernia, speso su un passabile pezzo introspettivo: sarebbe stato probabilmente più croccante poterli sentire su un beat più serrato, rappando sul serio. Chiudono i divertenti bassi gommosi di Tutti Muoiono, con Blanco protagonista di un ottima seconda metà, e soprattutto le riuscite introspezioni di Amiconi Freestyle e Vergogna: ulteriori testimonianze di una penna che, sempre rapportata all’età che ha, merita di stare dov’è. Speriamo che i compromessi ora si fermino qui.
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