Il dibattito culturale italiano torna ad infiammarsi, e stavolta lo scontro collega la vecchia guardia del cantautorato italiano e le frange più intransigenti del rock alternative nostrano. Al centro della tempesta c’è Francesco De Gregori, già da qualche settimana finito nel mirino di alcuni colleghi per alcune recenti dichiarazioni. Stavolta, dopo le dure prese di posizione di Morgan, arriva anche un attacco social da parte di Pierpaolo Capovilla.
Le radici della polemica
Il casus belli affonda le radici nelle dichiarazioni rilasciate dal cantautore romano a fine maggio, quando a margine della presentazione del suo progetto antologico Nevergreen (Perfette Sconosciute) al Teatro Out Off di Milano aveva espresso una netta – nonché raggelante – presa di distanza dall’attivismo geopolitico militante degli artisti: “Provo sempre un imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali di guerra. Mi imbarazza sentire artisti che danno lezioni su Gaza o Israele”, aveva detto.
De Gregori aveva persino tirato in ballo Bruce Springsteen e le sue storiche critiche anti-Trump, liquidando il tutto come una pretesa dal sapore presuntuoso di dare indicazioni o giudizi su questioni umane e storiche “troppo grandi per il palco”.
Inutile dire che tali parole hanno immediatamente sollevato un polverone mediatico, costringendo colleghi e giornalisti a confrontarsi con una questione spinosa: l’artista ha il dovere morale di farsi megafono del proprio tempo, o deve tutelare la propria musica dalla propaganda rimanendo “neutrale”?
Morgan: “Questo è il peggior aspetto di certi intellettuali radical chic”
Tra i primi a masticare amaro le dichiarazioni del Principe è stato il frontman dei Bluvertigo. Tramite un durissimo videomessaggio, Morgan aveva rigettato con fermezza la visione di De Gregori, parlando di “obbligo dell’impegno sociale”.
Fare lo snob che se ne fotte è sempre stato il peggior aspetto di certi intellettuali radical chic. Volete intascare i vostri soldi putridi di sangue rappreso? Almeno tacete e non pontificate, perché coi milioni in tasca son capaci tutti.
L’affondo di Capovilla: “Abbiamo perso anche Francesco”
Ora anche Pierpaolo Capovilla, a distanza di qualche settimana, decide di intervenire sulla vicenda (senza mandarle a dire): l’ex leader de Il Teatro degli Orrori e frontman de I Cattivi Maestri non è nuovo a uscite polarizzanti (si ricordi la sua invettiva post-elettorale contro la sua Venezia).
Anche in questo caso, Capovilla ha affidato ai social un durissimo affondo, parlando di un De Gregori ormai prigioniero dell’ignavia.
L’uomo che cammina sui pezzi di vetro non significa più nulla, così come Viva l’Italia, Rimmel o La donna cannone. È tutto perduto, nell’ignavia di un uomo che non sa e non vuole riconoscere il nazifascismo nel momento in cui si manifesta.
Secondo l’attore, il silenzio o il rifiuto di schierarsi di fronte alle tragedie globali contemporanee non sarebbe sinonimo di sobrietà intellettuale. Anzi, non farebbe altro che togliere valore storico e civile alle opere del cantautore romano .
“Un Nick Cave de noantri”
Il passaggio più critico dell’affondo arriva quando Capovilla tocca da vicino il rock internazionale, con un parallelismo alquanto insolito:
Abbiamo perso anche Francesco. Complice dell’abisso morale in cui sta precipitando il mondo, come un Nick Cave “de noantri”, De Gregori non ha rinnegato se stesso, ma le sue canzoni. Tutte. Dalla prima all’ultima. Che rammarico.
Il riferimento a Nick Cave – spesso criticato dalla sinistra radicale proprio per le sue posizioni anti-boicottaggio verso Israele e per la sua visione di un’arte slegata dai blocchi ideologici – evidenzia una linea precisa: la scelta del disimpegno svuota della loro anima i capolavori nati per scuotere le coscienze.
Mentre De Gregori prosegue per la sua strada – il passaggio televisivo del docu-film firmato Stefano Pistolini e la preparazione del nuovo album live, atteso per l’autunno – resta però sul tavolo la questione di fondo: quanto la validità di un’opera dipende dalla coerenza politica del suo autore?