Recensioni

I magneti si attraggono con la stessa forza con cui si respingono? Bizzarro che sia la prima domanda che mi pongo dopo aver ascoltato l’ultimo disco a firma Still Corners. Il loro nuovo lavoro fa questo, avvolge e al tempo stesso allontana: l’estrema sintesi di un album come The Last Exit, quinto degli inglesi Still Corners, è un magnete la cui forza attrattiva è capace di avvinghiarti con dolcezza per poi distaccarsi in virtù della sua fredda volontà di analizzare la psicosi collettiva e individuale. C’è un intrinseco (e costante) senso di perdita e desiderio lungo le undici tracce del disco, così come i due poli opposti di un magnete ora catturano ora abbandonano.
La produzione del duo londinese non è mai stata così piena, curata, attenta alle voci. Se qualcuno, forse esagerando, ha definito l’atmosfera dell’album desert noir, si può comunque pensare a The Last Exit come a un disco di casa Chromatics in chiave dream, con decisamente più chitarre e meno synth. Nonostante l’elettronica rimanga presente, questo è un lavoro che si allontana moltissimo dai primi dischi, da quelle radici che affondavano nel synth pop un po’ retrò: è la chitarra lap steel di Greg Hughes a dettare le coordinate del disco, a definirne pezzo dopo pezzo il sound. Ed è qui che arriva anche la volontà di evocare tutto un immaginario di viaggi e avventure, panorami e mappe, dune bianche e canyon misterici. La tavolozza strumentale, abbinata alla voce mai così spettrale e languida di Tessa Murray, si muove su un tappeto di scintillante buon gusto, chitarre morbide e percussioni traballanti. Il tutto sostenuto da testi che evocano immagini dell’antica America in mezzo a distese inesplorate, riti voodoo, tempeste notturne e spettri minacciosi in scenari apocalittici.
Sonicamente sembra trovarsi in un oceano che abbraccia addirittura un ambient aggraziato e un chamber pop cupo: dalle crepe deliziosamente instabili della catartica Crying (“I’ve been clapping my hands so I could shut down I’ve been counting to ten while the world falls down, I’ve been crying, I’ve been trying to forget you”) col suo richiamo morriconiano – un commovente theremin – al suono di synth gommosi della ballata folk noir di Bad Town passando per l’adrenalinica Mystery Road, quasi un crossover americano che racchiude al meglio l’atmosfera lussureggiante e il taglio cinematografico che i due artisti britannici ci hanno fatto sempre trovare nei loro lavori, eterei e incantevoli. Il blues rock anni ’50 di It’s Voodoo innesca ricordi ed emozioni come anche sembra voler fare Old Arcade, così vicino alla dolcezza vertiginosa dei Mazzy Star, nel riuscire ad attraversare il dolore con sottile e memorabile alienazione.
La strumentale Till We Meet Again che sembra far incontrare i lidi psych soul dei Khruangbin con i Beatles del ’68, è una danza lenta e stordita mentre l’elegante synth pop di White Sands, con la strimpellata incessante della chitarra acustica, si abbina a percussioni veloci prima che il ritornello offuschi tutto, emanando un effetto ipnotizzante (“from the white sands for two hundred years I’ve roamed across these badlands”). Le chitarre, intrise di riverbero e mistero, punteggiano una distesa sconfinata di strumenti acustici e suoni evocativi, un po’ selvaggi un po’ innaturali.
Scritto in parte durante il lockdown, The Last Exit è pieno di canzoni che parlano di autostrade perdute, città dannate e fughe nel deserto. Ed è l’ennesima conferma che gli Still Corners, amati tanto dai fan dello shoegaze, quanto da quelli del dream pop e dello psych rock, riescono ad attraversarli tutti senza prendere la residenza in nessuno dei tre mondi. Elemento che oltre a rendere il loro sound accattivante e dinamico, dimostra l’intelligenza musicale di Hughes e Murray. Un duo che continua a brillare misteriosamente lanciando incantesimi a suon di mesmerica e dissolvente potenza.
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