Recensioni
Blak Saagan
Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo
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Stefano Pifferi
- 18 Giugno 2021

Mentre altrove si grida facilmente al miracolo a dimostrazione che di carotaggi nel sottosuolo italico non se ne fanno, se non quelli d’ordinanza (cioè al minimo sindacale e con quella noia un po’ stizzita che si ha quando si è costretti a fare qualcosa), quello stesso sottosuolo italico si manifesta ancora e di nuovo come portatore di molte traiettorie trasversali. Nel caso del secondo album di Blak Saagan, la lettura non è solo musicale ma, evocativamente ed eccentricamente, anche storica e politica (in modalità Bologna Violenta altezza Uno Bianca, per intenderci). Nello specifico, relativa a uno dei momenti clou della recente storia d’Italia, ovvero gli anni di piombo e, ancor più nello specifico, il rapimento Moro e ciò che ne conseguì nell’immediatezza di quei 54 giorni di messa in pausa della vita quotidiana. Di quelle giornate di reale svolta per l’intero paese, Se Ci Fosse La Luce Sarebbe Bellissimo è una sorta di colonna sonora per una pellicola immaginaria che BS ha imbastito con gli ingredienti della casa, che neanche troppo casualmente sono un po’ quelli che, molto prima del miracolo di cui sopra, avevano segnato le vicende del sottobosco italiano fino a certificarne la freschezza e la bontà con tanto di articoloni sulla stampa specializzata internazionale.
Se qualcuno ha pensato Italian Occult Psychedelia – nella ovvia vaghezza di una definizione/contenitore qual è quella coniata da Ciarletta ormai troppo tempo fa – è nel giusto: Se Ci Fosse La Luce Sarebbe Bellissimo si infila o si infilerebbe benissimo in quel calderone. Ma qui preme più collegare il disco all’obbiettivo che Gottardello si è posto, ovvero l’affaire Moro e la parcellizzazione di tutti i suoi risvolti, momenti, sensazioni. Beh, la capacità evocativa di un disco si nota proprio da come esso riesca a rimandare, condensandole e, insieme, amplificandole, alle atmosfere di un determinato momento, di una immagine o di un contesto a cui fa riferimento. E qui basterebbe ascoltare Scuola Hyperion per rendersi conto di come quei giorni, il racconto di quelle vicende, le livide atmosfere di quei momenti, la storia torbida e infame d’Italia, la tensione vivida di quel laboratorio di sperimentazione “politica” a cielo aperto che fu l’Italia degli anni di piombo (e che sarebbe stata replicata in quel di Genova agli albori del terzo millennio; ma questa è un’altra storia, seppur sempre di merda), l’acme emozionale e la vibrante, materica, agitazione che segnò quei giorni è tutta in quei 5 minuti scarsi di beat ossessivi, synth a tappeto e polvere (finto)eversiva a coprire ogni cosa, al punto che chiudendo gli occhi sembra di essere catapultati per le strade di Roma, sul finire dei ’70.
Non che il resto dell’album sia da meno, con Achtung! Achtung che si muove sullo stesso monolitico territorio pur non disdegnando aperture quasi kraftwerkiane, E Lo Spettro Disse: Gradoli!, ectoplasmica ed eterea come una presenza maleficambientale, e la title track, uno spazio ambientetereo tutto pulviscolo e aperture alla speranza (se solo ci fosse), a rappresentare, soggettivamente, chiaro, alcuni dei vertici di un disco che dimostra ancora una volta che l’underground italiano ha molto da dire. C’è solo da ascoltarlo.
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