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6.7

Nato e cresciuto nel nordest inglese con in cuffia  Springsteen e War On DrugsSam Fender ha dato prova della sua qualità già con il primo singolo pubblicato ormai quattro anni fa. Play God frullava un potente riff e una voce profonda in un mondo parallelo orwelliano. Rock epico da un lato, temi sociopolitici dall’altra; il ragazzo ha ripetuto e ampliato la formula in Hypersonic Missiles, album d’esordio di due anni fa in cui il Nostro dimostrava di saperci fare anche quando il ritmo rallentava e l’atmosfera si faceva più profonda.

Nel frattempo, piogge di riconoscimenti, brani in rotazione e un LP d’esordio al primo posto in classifica rendevano Sam Fender l’enfant prodige delle buone vecchie chitarre. Poi, però, è arrivata la pandemia e il lockdown, un periodo che Fender ha vissuto piuttosto male ma che gli ha permesso allo stesso tempo di fare i conti col suo passato. Così, arriva Seventeen Going Under, una proiezione introspettiva del suo rock.

Un album che inizia con «I remember» mette subito in chiaro che Fender ci racconta la sua vita. Nel tornare indietro a un’adolescenza difficile in cui violenza e mascolinità tossica, Sam riesce a scavare nei suoi sentimenti regalando immagini forti. In una di queste istantanee rivede suo padre che bacia sulla fronte la madre morente e si immagina quando toccherà a lui fare lo stesso col proprio genitore, in un’altra riemerge la sua vena sociale da buon esponente della working class settentrionale britannica: «I see my mother, the Dwp see a number», puntando il dito sull’assenza dello Stato, nel particolare del Department for Work and Pensions.

La title track è il binario da seguire su cui sfilano via i sedici brani di Seventeen Going Under: chitarre, sax, archi, melodie incisive e un sound drammatico pronto a sferrare pugni nei crescendo e nella voce ricca di pathos di Fender. L’album, che alla lunga può suonare ripetitivo e sa certamente come strizzare l’occhio all’aspetto catchy e radiofonico della tracklist, ci consegna canzoni che trasudano vivere quotidiano, situazioni e sensazioni che Fender condivide come se fosse in analisi. Oltre alla già citata Seventeen Going Under, una spanna sopra tutto il resto, sono proprio i singoli che hanno anticipato il disco a catturare l’attenzione: la ballad Spit Of You e la cavalcata di Get You Down.

La magia di Fender è immergere i suoi riferimenti americani nelle coordinate geografiche britanniche, il suo limite è al momento la riproposizione della stessa formula. Non appena si deciderà ad ampliare lo spettro sonoro del suo rock, le sorprese non mancheranno.

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