Recensioni

Dopo i submeet di cui avevamo parlato, bene, all’inizio del 2020, un’altra band fresca e di prospettiva internazionale arriva da Mantova. Parliamo degli a/lpaca, quartetto all’esordio su LP, pubblicato e distribuito da una joint venture di tre etichette (We Were Never Being Boring, la tedesca Sulatron Records e l’inglese Sour Grapes).
Make it Better è una sorta di concept album sull’idea di beat, inteso come spinta propulsiva di tutto un immaginario psycho-post-punk-kraut che in maniera brillante attinge a più epoche e stili musicali. Il concetto di beat come lo hanno in mente i ragazzi mantovani (“Take the time for the beat and this time make it better”, martella il refrain della title-track facendo leva sulle ripetizioni e sui vari significati della parola time) rimanda, secondo loro, fino alle “danze antiche” – e a quelle moderne, ribadiamo noi. Si gioca su più livelli di senso, con un termine che si può agganciare al sound degli anni ’60 come alle pulsazioni danzerecce della musica da club. E infatti Beat Club, primo pezzo e primo manifesto sonoro di queste nove tracce, è una sorta di acido electro-garage rock che strizza l’occhio anche alle piste da ballo da una prospettiva un po’ fantascientifica, un po’ futuristica e un po’ rétro.
Il beat è soprattutto questo 4/4 regolare ma convulso, questo uptempo continuo: accenti e sincopi possono cambiare ma l’andamento ritmico di questi pezzi è sempre piuttosto sostenuto, talvolta al limite del frenetico. Il limite stesso di questo singolare approccio trance-punk è anche la ragione del suo fascino, perché una simile formula, per quanto ciclica e ossessiva, nelle altre componenti musicali (specialmente nei toni della chitarra o delle tastiere a cui spetta la guida melodica rispetto a una voce filtrata dal timbro robotico) tradisce un ingegno eclettico, troppo irrequieto per sedersi comodamente – e per far stare noi seduti – su una sola casella critica.
Nel sound degli a/lpaca si possono sentire echi lontani di Pink Floyd dell’era Barrett e addirittura Soft Machine (Chameleon o I Am Kevin Ayers) come scampoli di bizzarrie alla Devo (Citadel) o le geometrie nervose dei Wire e del post-punk britannico; quando si va verso cose più krautamente kraut sono Neu! e Can i punti di riferimento (l’attacco della title-track è puro hallogallocore); è invece lo psych-rock contemporaneo di King Gizzard & The Lizard Wizard e Thee Oh Sees l’aggancio più diretto al presente.
In questa girandola di nomi ricordiamoci di quello della band mantovana e dei suoi componenti (Christian Bindelli voce e chitarra; Andrea Verdastro basso e cori; Andrea Fantuzzi tastiere e cori; Andrea Sordi batteria). Una proposta articolata e solida, la loro, che merita di sicuro di essere tenuta in considerazione. E di essere apprezzata.
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