Recensioni

Jazz, rock, new wave: quante volte avete ascoltato (o sentito parlare di) band che sono solite mescolare questi generi? Bene, se vi dicessi che gli Horsey non somigliano a nessuna di queste, forse la curiosità inizierebbe a far capolino. È l’atteggiamento migliore per avvicinarsi a questo Debonair, che se nei momenti più concitati lascia spazio all’istrionica personalità del cantante e chitarrista Jacob Read (l’iniziale Slippy Cup è un esercizio di malizia swing pop, tutto scatti e savoire faire; Arms & Legs è appena più muscolare da evocare lo spettro dei Mr. Bungle, ma lo fa con una perizia tecnica sopraffina e una leggerezza tutta britannica), è nelle sezioni più misurate che sfoggia tutta la sua classe.
I frammenti strumentali Wharf (I) e Wharf (II) sono radicati nell’opera del Morricone minimalista e avant garde; Lagoon suona come degli Style Council con la sindrome di Tourette e una passione per il prog, mentre Underground profuma come una notte al chiaro di luna musicata da Brian Wilson: una delicata elegia per la fidanzata che sta “sotto terra”. Se l’ecosistema sonoro non fosse già sufficientemente grottesco, i testi, costantemente in bilico fra horror e nonsense, contribuiscono a far impennare il livello di eccentricità dell’opera.
Va da sé, il tutto è ferocemente imprevedibile. I londinesi gestiscono il magmatico bagaglio di influenze con nonchalance ed estro pirotecnico. Debonair è il loro primo album, ma arriva a ben quattro anni dal singolo che li aveva segnalati come sensazione art pop, ben prima che band come Black Country, New Road e Squid rubassero loro la scena. A far parlare di loro, all’epoca, aveva contribuito la parentela del bassista Jack Marshall, fratello del più noto Archie (aka King Krule). Una carta che a dire il vero aveva esitato a giocarsi. Fino ad ora.
Bisogna attendere l’ultima traccia dell’album (la suggestiva Seahorse) perché il crooning profondo di Archie faccia finalmente capolino, fra beat lenti che paiono uscire da una metropolitana subacquea. A quel punto si viene immediatamente trascinati nell’universo sonoro di King Krule, quello per cui la definizione di apocaliptyc jazz trova finalmente conforto. Si tratta di un commiato adeguato, ma tutto sommato fuorviante per quello che riguarda il contenuto dell’album: un lavoro dai tratti farseschi, che punta a spiazzare con leggerezza e che, in molti casi, ci riesce pienamente.
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