Recensioni

TOP
7.5

Tornano nelle modalità ormai consone della loro “nuova fase”, i canadesi GY!BE, quella iniziata con Allelujah! Don’t Bend Ascend nel 2012 dopo uno iato decennale; ovvero con una maggiore (seppur lieve eh) parsimonia nel minutaggio e con una organizzazione narrativa che si sviluppa al solito sul doppio binario suite/canzone. Entrambi termini da prendere con le molle ovviamente, quando si tratta di ensemble che hanno fatto della sovversione non una cifra stilistica asettica bensì una sorta di way of life.

G_d’s Pee At State’s End è, come da prassi, l’ennesima “soundtrack for our times”, come giustamente rimarcano i Nostri, costituita da due suite fluviali non solo nel minutaggio, e due tracce più ristrette nella durata ma non nell’approccio incendiario: delle prime fanno parte A Military Alphabet (five eyes all blind) (4521.0kHz 6730.0kHz 4109.09kHz) / Job’s Lament / First of the Last Glaciers / where we break how we shine (ROCKETS FOR MARY) e “GOVERNMENT CAME” (9980.0kHz 3617.1kHz 4521.0 kHz) / Cliffs Gaze / cliffs’ gaze at empty waters’ rise / ASHES TO SEA or NEARER TO THEE, già dai titoli immaginate come movimenti, flussi sonori tra momenti emotivamente diversi, mentre nelle seconde rientrano i due “intermezzi” che intermezzi non sono Fire at Static Valley e OUR SIDE HAS TO WIN (for D.H.), che nel mondo made in GY!BE, coi loro 6 minuti di musica a testa, sembrano quasi dei bozzetti sonori seppur contengano nella loro (ehm) stringatezza idee e suggestioni su cui altre band potrebbero costruire una intera discografia.

Se queste ultime sono chiaramente più circoscritte ma non meno suggestive – Fire at Static Valley è una nenia quasi dark-folk tanto umbratile quanto lancinante e OUR SIDE HAS TO WIN (for D.H.) una evanescenza da sonorizzazione umoral-pastorale – a far la parte del leone sono ovviamente le due suite. La prima è un turbinio sonoro in crescendo com’è caratteristica della casa, ma nei momenti più esplosivi tocca vertici parossistici che sembrano slabbrare il flusso sonoro, sfalzandolo all’orecchio dell’ascoltatore; la seconda ne offre invece una specie di contraltare romanticamente umorale e tendenzialmente malinconico, in cui a far da traino sono gli archi più che le chitarre, anche se l’apertura del quarto finale è quanto di più luminoso e speranzoso una musica spesso così criticamente aderente alle brutture del mondo possa donarci. Ecco, i GY!BE sovvertono ogni canone e ogni pensiero, tanto che a ogni disco ci si augura che non cambino mai e che continuino a proporci la stessa musica da qui all’eternità.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette