Recensioni

C’è un motivo se abbiamo definito il nuovo disco di Tirzah “un affare di famiglia”: famiglia non solo di sangue – che innerva nonostante tutto buona parte delle sfuggenti liriche scritte dalla cantante – ma anche e soprattutto famiglia creativa che l’accompagna nella produzione. Non a caso a collaborare con lei in questo Colourgrade troviamo ancora una volta gli immancabili Mica Levi e Coby Sey, già nel dietro le quinte del riuscito Devotion. Oggi più di prima, però, l’oggetto che ne viene fuori ha tutta l’aria di un vero e proprio lavoro a sei mani, che spinge forte sull’improvvisazione e su sfaccettature maggiormente sperimentali, amalgamando la voce quasi monocorde di Tirzah in un liquido amniotico che passa dal metallico al soffuso attraverso una produzione (Meeks ai suoi consueti standard) sempre a fuoco: la scheletrica ballata appesa tra r’n’b e trip-hop Hive Mind, dove Tirzah e Sey intrecciano un dialogo sussurrato, faccia da allegoria.
C’è in effetti più di un momento in cui riscontriamo ciò su cui anche nella nostra intervista, curata da Giuseppe Zevolli, la cantante ha calcato più di una volta: la natura estemporanea delle composizioni. Per lei, diceva, hanno un senso proprio per il loro apparire abbozzate, anzi non direi abbozzate ma: riflessive. Nella misura in cui si prendono il loro spazio per avvenire e srotolarsi (Crepuscular Rays è una psichedelica ninna nanna mugugnata tra i phaser di una chitarra accarezzata, picco sperimentale del disco, la title track una futurista recita cyborg) senza cercare una forma compiuta o una risoluzione. Cristallizzare il processo creativo, potremmo dire, oppure fissarne un estratto significativo. Anche perché questo lavoro non ha alle spalle materiale d’archivio rielaborato, parte dal nulla ed è giusto che abbia l’ambizione di offrire lo scorcio di una finestra aperta su quel che è nato dal lavoro di gruppo dei tre.
C’è anche il colorìo abbozzato dei synth di Mica Levi nella quasi cacofonica Recipe, c’è ancora il dialogo immaginario o reale tra Tirzah e Coby Sey nella forse più oscura del lotto Tectonic, un sensuale trip hop che racconta l’incontro e il miscuglio di corpi e menti (When you touch me, I’m out my body / Instinct takes place). Amore, non per forza. Ma è ciò che spunta, nonostante la nostra non abbia proprio nessuna voglia di essere confessionale – tant’è che incespica, si schiarisce la voce, riparte – in Beating, dedicata al compagno Kwake Bass e tangenzialmente alla loro secondogenita (We made life / it’s beating, beating beating). D’altronde è impossibile non cogliere un legame anche con la seguente Sleeping, sgangherata e dissonante cantilena lo-fi in abito indie, dove la cantante sembra parlare proprio della figlia (my baby oh she’s sleeping tonight). Eppure non si abbandona mai, è vero, a sentimentalismi o smancerie: ogni personalismo è poco più di un riflesso, un dettaglio intravisto in una espressione del volto o una posa del corpo.
Quello che ci racconta di una persona il suo modo di esprimersi o indugiare, di stare in silenzio ad ascoltare o prendere la parola. Inferenze, se vogliamo. Un disco insomma che proprio del non detto, del non fatto, del riflesso fa il proprio punto centrale. Viene meno la vena più canonica e compiuta di Devotion, ma questo lavoro di pause, meditazioni, esperimenti, cattura con gusto un presente desolato e desolante, nel quale si allargano inattesi spiragli di umanità, di amore, di – anche – comunità. Nella forma, nella sostanza.
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