Recensioni

Gli Spirit of the Beehive stanno cambiando il linguaggio alfabetico dell’indie rock: provengono dall’esigua e combattiva scena di Philadelphia (come nello spirito di uno dei suoi idoli fittizi, Rocky Balboa), emersa dall’umido muffoso degli scantinati e dai calcinacci ammassati come foglie secche in inverno delle warehouse dei quartieri popolari – da cui escono figure che hanno qualcosa d’interessante da dire: tutti più o meno reduci della cultura punk-DIY che in certe zone degli USA resiste dai primi Ottanta (la prima, vera scena indie propriamente definita, nonché cronicizzata da Michael Azerrad nel suo vangelo, ‘Our Band Could be Your Life’, imprescindibile lettura), pochi ma buoni, autosufficienti e pronti ad agire. Gli angolari, matematicamente ottusi Palm, o i Body Meat, che stanno dando una nuova spinta al concetto di power-pop. E poi loro, questa bizzarra entità psichedelica (ora ridotta a trio) che prende il nome da un film del surrealismo spagnolo ambientato durante il Franchismo (El espiritu de la colmena, 1973) che, dopo 4 LP, ha dimostrato che le fascinazioni carveriane e i flussi descrittivi di Don DeLillo sono traducibili in una forma musicale moderna – ‘fluida’, come va di moda dire di questi tempi.
Nel precedente Hypnic Jerks era possibile rintracciare quest’attitudine al voyeurismo, un esercizio se vogliamo ascetico-spirituale: ‘sintonizzarsi’ con le onde del Universo, cogliere ogni informazione audio-visiva, incanalarla, trasformarla. Essere parte di Uno, nel mondo dei social e dell’iper-testuale – il mondo delle solitudini connesse. E quindi: un suono introverso, passivo-aggressivo, grunge noise per la generazione degli sfollati e dei fantasmi degli oppiacei legalmente reperibili (ben raccontata anche dai DIIV, in chiave meno allucinatoria e più neorealista/shoegaze-metal in Deceiver di un paio d’anni fa), ma che a tratti si apre a momenti di pura e gioiosa trascendenza à la Flaming Lips.
Ora scelgono l’egida più altisonante, ma che in qualche modo rispecchia al meglio il grado di criticità espressiva che gran parte delle arti contemporanee cerca di esporre per superare nella corsia d’emergenza la realtà (a volte ahinoi più incredibile del fittizio e dell’immaginifico): le tematiche unificanti di INTRATTENIMENTO e MORTE, poste simbolicamente a sigillare come un libro questo nuovo lavoro che sa di gloria e di orizzonte futuribile per il ‘rock’ dei Nuovi Anni Venti (alleluja).
Gli Spirit of the Beehive hanno bollito l’essenza del nuovo rock da cameretta portandolo all’osso come presenza asciutta e agghiacciante nell’angolo della chatroom di Discord (il social dei ludopatici, non l’etichetta straight edge di Washington) – sono riusciti, in pratica, a destrutturare più e meglio di Alex G la materia sonica dell’indie anni ‘90 fino a renderla irriconoscibile, lo squallido prodotto biomeccanico di una tech industry giapponese del 2042.
Con ENTERTAINMENT, DEATH, hanno pure surclassato gente come Will Toledo (Car Seat Headrest) e Phoebe Bridgers nel tentativo di trasformare la materia rugosa del lo-fi chitarristico in “pop” (o nel suo impostore), traducendolo in una forma mai sentita prima, mai osata da nessuna altra band: è magnifico perdersi nello sballottamento di frequenze medie che sparano a velocità supersonica nell’etere voci di predicatori allucinati, spot pubblicitari conditi da sibillini messaggi subliminali, tir che sfrecciano su una tangenziale saponata e umida, gli ultimi respiri di ritrovati della tecnologia analog-vintage. Il suono della middle-class americana in decomposizione di fronte al tubo catodico che inietta un milione di informazioni al secondo nella retina stanca, e i figli in cameretta a 15 secondi di stories dal collasso – il video di un tik-toker che si squaglia la faccia con l’acido e inneggia al neo-bigottismo del politicamente corretto targato IG. Gli slacker-ismi portatili dei GBV trasmessi da walkie-talkie impastati nella porosità texturale dei Matmos e nella sampledelia orchestrale dei Books: una spruzzata di spleen inter-generazionale, ansia per gli anni Venti, il Ragazzo A che è diventato uomo, un clochard che dorme nella custodia di Phil Elverum.
Ci ricorderemo di ENTERTAINMENT, DEATH alla stregua di uno Zen Arcade, un Surfer Rosa, un Soft Bulletin dei nostri anni: per chi avrà orecchie per sentire e testa per capire. Questa è la materia di cui sono fatti i sogni – o gli incubi, se preferite.
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