Recensioni

La copertina del nuovo album dei Low, affidata all’artista britannico Peter Liversidge, si ispira ai modelli di interferenza tra onde coerenti. Guardandola viene però da pensare a qualcosa di antico e naturale, come un deposito calcareo o un tronco fossile. Ecco, potremmo partire dalla discordanza annidata in questa sensazione per tentare un discorso sulla band di Duluth, sulla strisciante dualità che ne contraddistingue la proposta contemporanea dopo un percorso lungo ormai quasi tre decenni.
Ai tempi di Ones And Sixes (settembre 2015), primo album frutto della collaborazione con l’estroso producer BJ Burton, scrivevo che per quanto si avvertisse il tentativo di trovare nuove strade, di smarcarsi dalle aspettative, il risultato era comunque “una sorta di resa all’inevitabilità di essere se stessi”. Tre anni più tardi, ancora a settembre, piovve tra noi il successore Double Negative, movenze slowcore strattonate da inneschi noise e perturbazioni androidi per una cesura stilistica sconcertante. Alla produzione c’era ancora Burton, confermato anche oggi (di nuovo dopo tre anni, sempre a settembre: sarà un caso?) nel nuovo Hey What, tredicesimo lavoro targato Low che vede la formazione ridursi al nucleo base costituito dai coniugi Mimi Parker e Alan Sparhawk.
Va detto subito che rispetto alla scossa del predecessore sembra di assistere a una manovra di assestamento, pure se la calligrafia risente ancora – forse irreversibilmente – del balzo compiuto. La componente spiritual(e) e l’attitudine per la ballad (folk e slowcore) sono predominanti, ma gli elementi con cui i pezzi vengono costruiti hanno – come dire – perduto contatto con la terra: anziché provenire dalla penombra di una chiesa vuota (dove effettivamente dieci anni fa venne registrato C’mon) sembrano affiorare dai circuiti di un computer arrugginito.
È come se queste invocazioni, queste liturgie, portassero i segni di un’apocalisse già avvenuta, di una catastrofe invisibile a cui siamo sopravvissuti solo per intercessione di una memoria esterna che ha conservato i nostri pensieri, le nostre emozioni, insomma le nostre vite o quel che ne rimane, ma con ciò inevitabilmente abbia imposto loro un codice, un linguaggio, un rumore.
Dai testi emerge una ricerca ansiosa di pace costantemente frustrata, sono i pensieri di chi vive in bilico sul tormento aggrappandosi a pochi istanti di freddo conforto e a vampe di desiderio ingannevoli (“Everybody just chased by dreams/That’s why we’re living in days like these again”). Tuttavia, questo scenario disperato e il malanimo a tratti rabbioso che ne consegue riescono a trasfigurarsi in qualcosa di simile alla grazia, proprio prendendo coscienza di sé, annaspando nel fondo, guardando dritto in faccia spaesamento e fallimento fino a non distinguere più la colpa dal destino.
Si avverte in filigrana qualcosa dell’epica dei margini che troviamo in molti romanzi statunitensi contemporanei – di autori quali Kent Haruf, Willy Vlautin, Jesmyn Ward, Chris Offutt, Jordan Farmer… -, la sensazione cioè di un cul-de-sac esistenziale frutto non di un errore del sistema ma della sua stessa messa in atto. Proprio come quegli autori aggiornano i codici delle Flannery O’Connor, degli Steinbeck e dei Faulkner, oggi il suono dei Low contiene il senso di uno sguardo aggiornato su ferite antiche, è come se i soliti eterni racconti di perdizione, dolore e ricerca di sé (del gospel, del blues, del folk) scoprissero di essere tremendamente attuali grazie alla capacità di mettersi in discussione come forma consolidata. Il risultato è un ibrido di tradizione e avanguardia che non sembra indicare strade, non suggerisce sviluppi né epigoni, ma insegue e realizza una versione vertiginosa di sé, viva perché conflittuale, palpitante, in fieri.
Mette le cose in chiaro fin da subito White Horses, coi suoi clangori quasi industrial, l’elettricità frammentata, l’elettronica vorticante e una gragnola noise a sostenere il lirismo a due voci (“There isn’t much past believing/Only a fool would have a faith”). È la stura di una scaletta che non prevede pause, i pezzi si sciolgono uno nell’altro oppure vengono spazzati via dal successivo, alternando impeto androide – la febbrile I Can Wait, l’incendiaria More (“I gave more than what I should’ve lost/I paid more than what it would’ve cost”) – a episodi più distesi ma non per questo meno intensi – il mantra psych trepido di All Night, la letargia abbacinante di Disappearing -, permettendosi visioni cibernetiche di stampo Warp (la supplica ansiogena di Hey, nella cui lunga coda si stemperano droni acrilici e vocalizzi allucinati), minimalismo ambient (la strumentale There’s a Comma After Still) e persino un crescendo post-rock intriso di schizzi eniani e inquetuidine Radiohead (la conclusiva The Price You Pay).
Forse l’apice del lavoro coincide con la lenta Disappearing, il loop che si fa progressione, come un battito d’ali di farfalla meccanica in slow motion, mentre le due voci intrecciano un coro spiritual travolto dalla distorsione elettrica controllata. Meritano tuttavia di essere citate anche Days Like These – sorta di sermone veemente e indolenzito sorretto da un gioco ubriacante tra vuoti e pieni, tra piglio a cappella e vampe elettriche distorte – e la sorprendente Don’t Walk Away, con Alan in versione crooner poi raggiunto da Mimi in una specie di melò assieme nostalgico e spettrale.
In definitiva, Hey What è un lavoro che ricompone in parte le macerie dopo la frattura di Double Negative, anche se non rinuncia affatto a muoversi sullo stesso campo di battaglia, tra i rottami di un presente spietato e perciò bisognoso di crepe da cui possa filtrare quel po’ di umanità testarda, quel po’ di anima disposta a perdersi per ritrovarsi. È l’ennesimo grande disco dei Low.
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