Recensioni

7.2

Timothy Showalter è fatto così. Non c’è album nella sua discografia che non abbia attinto dalla sua everyday life, che si tratti dell’incidente in auto con la moglie Sue che ha scatenato il processo creativo di Heal – con inedite tinte wave – alla paura di perdere il fratello in Hard Love. Musica e parole per esorcizzare e guardare avanti, condividere i propri stati d’animo e farne delle storie è la specialità di questo ragazzone dell’Indiana, oggi 39enne, che annuncia con In Heaven la propria voglia di tornare a una vita di comunità e condivisione dopo l’isolamento dovuto al Coronavirus e il suo taglio con un passato fatto di dipendenza dall’alcol. L’ottavo disco a nome Strand of Oaks è all’insegna della resilienza, del cambiamento e dell’introspezione, ricco di ritornelli indovinati e senza reali cedimenti lungo la strada; registrato nell’ottobre 2020 a Los Angeles nell’Invisible Creature Studio del produttore Kevin Ratterman (Ray LaMontagne, My Morning Jacket, Emma Ruth Rundle, Basia Bulat), che presta servizio anche alla batteria, l’album annovera la collaborazione del chitarrista Carl Broemel, di Bo Koster alle tastiere, Cedric LeMoyne al basso, Scott Moore al violino e la partecipazione di James Iha (Smashing Pumpkins) alla voce e alla chitarra nel brano Easter.

Trasferirsi ad Austin, Texas, dopo aver vissuto per vent’anni a Philadelphia non è stata una decisione da poco e ha dato nuova linfa compositiva all’oggi sobrio Showalter, che nei primi mesi di pandemia ha potuto dedicarsi alla stesura dapprima della musica – di solito nelle prime ore del mattino – e in seconda battuta dei testi, attività questa principalmente notturna. Le lunghe passeggiate, i pomeriggi trascorsi a dipingere (con Basquiat come nume tutelare) e a costruirsi mobili in autonomia, i dischi di Miles Davis e l’ascolto del sophisti-pop anni 80 hanno allentato la tensione e l’alienazione di un autore che, come tutti i colleghi, ha sospeso la vita on the road e ha potuto assaporare le gioie grandi e piccole della vita di coppia, riflettere sul proprio passato all’avvicinarsi della soglia dei 40 e trovare contemporaneamente nuovi stimoli. Perché se a livello di testi è naturale imbattersi spesso in tinte fosche, riflessioni filosofiche e omaggi a chi non è più tra noi, musicalmente In Heaven è un album vivace, coerente ma non per questo monocorde, che sfodera all’occorrenza un pop appiccicoso da far ingelosire Jeff Lynne. O persino Elton John, per esempio, nel quasi cartoonesco affresco di Jimi and Stan in cui Timothy immagina il proprio gatto, morto a causa di un tumore, stringere un’insolita complice amicizia con Hendrix nell’aldilà; più toccante invece l’omaggio al maestro John Prine («è stato il mio Willie Nelson», ha spiegato nel corso di un’intervista) in Somewhere in Chicago («c’è un’oasi blu, riesco quasi ad assaggiarla»), nelle cui strofe a mo’ di filastrocca vengono amorevolmente citate canzoni come When I Get to Heaven e Taking a Walk del songwriter country-folk morto per complicazioni dopo aver contratto il Covid. Tuttavia il più delle volte restiamo saldi in territori Americana, con un pantheon non troppo dissimile a quello dei War on Drugs di Adam Granduciel (Neil Young e Tom Petty non possono mancare all’appello).

«I don’t want to drag you down», promette Showalter nel brano d’apertura Galacticana. Possiamo dire che mantiene la parola data, perché per un ricordo dell’ultimo concerto in Germania di Jimi Hendrix in Horses at Night e un brano tenero e spoglio come Under Heaven dedicato alla sua compagna in lutto dopo la morte della madre, c’è un inno a gustarsi appieno la vita senza correre e farsi risucchiare dalle routine (Hurry, insolitamente vicina a certe atmosfere dei Verve di A Northern Soul). La donna della sua vita è la sua «Pasqua di resurrezione» (Easter), e noi «siamo solo movimento nel buio, frammenti soli fatti di stelle, miti interruzioni in una nebbia senza fine, polvere cosmica» (Horses at Night). Nel disco c’è posto anche per «i pettegolezzi che giravano per tutta la scuola su una tigre dai denti a sciabola che nuota in una piscina vuota» (e c’è pure un altrettanto incredibile mammut che prende il sole) in Sunbathers, che si gioca il passaggio più evocativo e incisivo verso la fine («il tempo è un nuovo mattino avvolto nell’erba / il tempo non significa nulla se puoi sognare / il tempo è tutto ciò che sta nel mezzo»). Ma il passaggio-chiave dell’intera opera è in Slipstream, quel semplice e insistito «I need humans / humans / human beings» in tempi di solitudine forzata.

Dosando il glucosio con la dovuta parsimonia, mr. Strand of Oaks confeziona un disco onesto che desidera scuoterci e ci riesce, emozionarci e (in più di un brano) ci riesce, farci vedere il bicchiere mezzo pieno e quasi quasi ci convince che in fondo anche quei momenti in cui ci sentiamo persi servono a qualcosa. A fare un reset, rivedere le nostre priorità, e a farci fare cose che ritenevamo di poco conto o persino noiose, e spingerci alla fine a chiederci perché mai non le avessimo mai fatte prima. In Heaven è un fermo immagine che è lo specchio del suo autore ma parla anche di noi, ci avvolge in un tepore familiare e, trionfalmente, si imprime nella nostra memoria già ai primi ascolti.

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