Recensioni

«Now, if you’re looking for a saviour, well that’s not me». La frase, contenuta nel ritornello di The Path, da questo nuovo Solar Power di Ella Marija Lani Yelich-O’ Connor, in arte Lorde, non lascia spazio a interpretazioni: la fama che ha investito la cantautrice neozelandese all’indomani della pubblicazione di Pure Heroin (e ai successivi Grammys per il singolo Royals), ha preso una forma che non le va giù o che, perlomeno, deve essere domata. Il brano sta lì a marcare il passaggio a una nuova fase. Lorde fugge dalla fama (almeno da quella dei fan che «vogliono appropriarsi del suo dolore») come fanno i «teen millionaire having nightmares from the camera flash», quei post-adolescenti troppo presto famosi che i paparazzi se li sognano pure la notte.
Più avanti, in California, quasi a non volerci credere, O’ Connor ci racconta la favola del suo successo ai Grammys («Once upon a time in Hollywood, when Carole called my name I stood up, the room exploded»…), quando Carole King ne annunciò il trionfo. Ma, di nuovo, mette le cose in chiaro: «I don’t want the California love». Beninteso, in Solar Power non c’è solo interiorizzazione e autoriflesssione, ma tentativo di raccogliere la propria esperienza sotto il grande ombrello della sua generazione, e questo senza risparmiarsi una patina di citazionismo, attraverso tanto dei riferimenti al radio pop di fine anni ’90, quanto un’atmosfera che sa di figli dei fiori. Lorde mette in comunicazione la sua generazione, quella cresciuta con una nuova sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali, con quelle precedenti che si sono occupate degli stessi temi, non senza un filo d’ironia. La title track, nel suo citazionismo spinto ne è un perfetto esempio: si contano rimandi a Loaded dei Primal Scream (band affatto lontana dagli stilemi 60s, che di fatti la ringrazia), Freedom di George Michael (con gli eredi a benedirla), Sympathy for the devil dei Rolling Stones, il tutto con strofe un poco cheeky («I’m kinda like a prettier Jesus»).
Se Pure Heroin era l’album dell’alienazione e della creazione, e Melodrama quello della sofferenza vissuta in maniera consapevole, Solar Power è l’album della guarigione. Lorde sembra interpretare il desiderio post-pandemico di lasciarsi alle spalle il trambusto cittadino e riscoprire il contatto con la natura e le sue correnti energetiche o – perché no? – fondare una comune… Ma ci crede davvero? Il confine tra presa per i fondelli e reali intenzioni è molto sottile, come dimostra il terzo singolo dell’album, Mood Ring, brano che si serve della spensieratezza di fine millennio (si può dire che è un mix di Natalie Imbruglia, Robbie Williams e Spice Girls) più che dell’impegno di George Harrison post-Beatles per affondare una critica alla cultura del wellness, giudizio che rimane più nelle intenzioni che non nella resa finale. Sta di fatto che quello rimane il brano più radiofonico dell’album, centrato sia per quanto riguarda la melodia (chitarra acustica, basso e batteria asservite all’equilibrio limpido della voce) che per il testo («Don’t you think the early 2000s seem so far away?» è uno dei versi migliori del disco): un esempio di impeccabilità per il quale Lorde deve più di qualcosa a Jack Antonoff, producer reduce peraltro, assieme a Aaron e Bryce Dessner, della svolta “indie” di Taylor Swift.
Non che Solar Power assomigli alle ultime due prove della popstar di Willow, ma in entrambi i lavori, come in quello di Billie Eilish, si respira un’aria differente, in cui l’artigianato prevale sulla produzione, l’acustico sull’elettronico, un’attitudine che non ti aspetti in un album di una giovane popstar planetaria perennemente sotto pressione per il ritorno di stream e play. Vanno in questa direzione il fingerpicking soave delle chitarre e le sovra-incisioni delle voci di Stoned at The Nail Salon (una ballata sul passare del tempo), Fallen Fruit (la migliore delle ballate in questione, sia per il tema ambientalista, che per la composizione vocale) e Big Star (sulla morte del cane Pearl), ma anche in un episodio trasversale come Secrets From A Girl (Who’s Seen It All) che, fra vaghi riferimenti agli Eurythmics (o sarebbe meglio dire Sheryl Crow?), si conclude con uno spokenword affidato a Robyn. Dall’altoparlante di una navicella spaziale, è quest’ultima a darci il benvenuto sul pianeta “Sadness”, dove «we can go look at the sunrise by euphoria, mixed with existential vertigo».
Sulla dimensione individuale che sa farsi universale la cantante neozelandese ha costruito una carriera che qui s’arricchisce, come sopra accennato, di alcuni timidi livelli di commentario sociale: l’irriverenza lo-fi di Dominoes – che, suonando come un brano dei King of Convenience, si prende gioco dei colletti bianchi passati dalla cocaina allo yoga e alla marijuana solo per seguire la tendenza – ne è un altro esempio, una scrittura che sa farsi arguta e intrigante pur non eguagliando le vette del passato. Del resto, le spesso minimali soluzioni d’arrangiamento non camuffano, anzi mostrano ancor di più, questi difetti del disco quando ci sono. Big Star punta fin troppo sul minimale e alla lunga l’esclusività di voce e arpeggio risulta stancante, Secrets from a Girl (Who’s Seen It All) suona un po’ presuntuosa e ripete di fatto la stessa formula della meglio riuscita Mood Ring, avvalendosi nello specifico di un ritornello sognante fra TLC e Feel The Rain On Your Skin di Natasha Bedingfield; la stessa California, nonostante offra un po’ di varietà alla tracklist, grazie a una batteria ovattata e (finalmente) un effetto diverso sui pedali della chitarra, risulta un poco monotona e, in definitiva, trascurabile.
Lorde non voleva fare né un disco come l’industria musicale le stava direttamente o indirettamente suggerendo (Mood Ring), né un lavoro fatto di hit alternative e supercitazioniste (Solar Power): peccato che la terza via, ovvero quella del songwriting intimista per la quale si è distinta fin dall’inizio della sua carriera, ci regali poche memorabili canzoni. Stoned at The Nail Salon e The Man With The Axe (la descrizione di un post-break con un tocco di humor) sono due begli esempi rispetto ai quali troppi altri scivolano in un trascurabile comfort che solo il suo talento ha salvato dall’oblio.
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