Recensioni

7.2

Terzo album, ancora sotto Hyperdub, per Loraine James. Reflection si presenta esattamente per come il titolo lasciava intendere: dopo un anno, il 2020, in cui la producer non ha potuto raccogliere appieno i frutti del successo di For You and I per ovvie ragioni extra-musicali nel mondo, è arrivato un periodo di depressione e auto-reclusione in casa. In questo spazio fisico e mentale sono nate le tracce del nuovo lavoro, divise tra l’ansia e l’estraniamento per la situazione contingente e la scossa data alla James dal movimento Black Lives Matter (lei che si è sempre identificata anzitutto come donna nera e queer). 

La riflessività promessa è quindi declinata in una dance che, se in principio di pensoso aveva poco o nulla, appare qui ruminata e assimilata fino ad aver perso quasi ogni legame con i ritmi di partenza. Si susseguono groove UK-garage smembrati e dissezionati sul tavolo operatorio (Simple Stuff), in ritmi rotolanti che sembrano sempre sul punto di perdere il controllo del proprio moto, disfacendosi durante la corsa, scie techno rese pure texture per ambienti (Change) e r&b ancora suadenti nonostante glitch ritmici che teoricamente dovrebbero suonare come intrusi (Running Like That). È musica che appunto parte quasi sempre dal dancefloor ma non vuole compiacerlo, trasfigurandosi e suonando spesso ovattata e distante, come nella drill decompressa di Black Ting o nei synth spaziali di Insecure Behaviour and Fuckery (praticamente un Clubroot autistico). A metà disco la James sembra voler sfidare la pazienza dell’ascoltatore in giochi meta-testuali («I know you might not like this one / So press the skip button»), perdendosi in scorie 8-bit progressivamente disciolte in svisate ambientali. Parliamo di Self Doubt (Leaving the Club Early), tra i pezzi cardine del disco, così come la successiva On the Lake Outside: una progressione onirica in cui la voce della protagonista è moltiplicata, filtrata, affastellata in innumerevoli frammenti che si susseguono e si accavallano, salvo poi dissolversi in una coda di puro elemento ritmico. E proprio la voce è l’altro elemento fondante dell’album: al di là dei vari feat. esterni, è in prima persona quella della James a essere spesso protagonista: mutante, manipolata, spesso pitchata ad altezze à la Knife (Change). 

Se dobbiamo trovare un difetto in tutto questo è proprio l’eccessiva pensosità: tutto suona terribilmente ragionato, ancorché frutto di un talento limpidissimo. Così resta la sensazione che da qualche parte ci sia sempre un freno a mano tirato, che impedisce alla donna dietro le macchine di arrivare del tutto. Poco male si dirà. E infatti.

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