Recensioni

L’etichetta Orange Milk è attiva da una decina d’anni ed è guidata da Keith Rankin e Seth Graham, ambedue musicisti prolifici. Il primo dei due ha all’attivo il progetto Death’s Dynamic Shroud.wmv col quale rallenta e manipola perversamente i vari tormentoni del pop più mainstream. Ma Keith Rankin è conosciuto ai più soprattutto attraverso il nome Giant Claw. Il progetto è attivo dal 2010 e ha contribuito in maniera più o meno consapevole all’affermazione di generi come la vaporwave e l’elettronica HD. Dischi come Dark Web, Deep Thoughts e Soft Channel – quest’ultimo in particolar modo – sono ormai dei classici, non solo del catalogo di Giant Claw.
Mirror Guide è la nuova prova ed esce ovviamente per Orange Milk. Ascoltandolo viene immediatamente in mente la miscela sonora messa a punto nel precedente Soft Channel. Ma sebbene Soft Channel fosse stato uno dei dischi più visionari del 2017, anno in cui vide la luce, risentiva probabilmente di un eccessivo sperimentalismo che a tratti comprometteva l’ascolto. Al suo interno vi erano momenti di altissima intensità, come ad esempio in Soft Channel 006, un capolavoro dal punto di vista della resa sonora, in cui il caro Rankin ci mostrava in maniera ravvicinata quanto poteva suonare contemporaneo un violoncello. La formula segreta dell’intero disco era un po’ questa: portare su un livello di assoluta perfezione il suono degli strumenti tradizionali, mostrandone le angolature ancora sconosciute. Come lui, percorsero quella strada anche altri artisti come il fondamentale produttore di origini siriane, ma con base a Berlino, Rashad Becker, il musicista iraniano Sote e una manciata di altri artisti provenienti da etichette singolari come ad esempio la PAN di Bill Kouligas.
Ma Soft Channel aveva anche un altro tratto caratteristico ben distinguibile, condiviso anche nel progetto Death’s Dynamic Shroud.wmv. Il brano Soft Channel 007 ne è un esempio chiaro: ovvero i rallentamenti sincopati, spesso avvolti da voci femminili quasi hauntologiche. Ebbene, il nuovo Mirror Guide suona esattamente in questo modo, ovvero unendo questi due tratti. Non a caso il brano di apertura, Earther – che è anche uno dei migliori dell’album -, sembra quasi una citazione a Soft Channel 006. La struttura è quella: stessi violoncelli che accennano suoni e che hanno la capacità di rimandare al tempo stesso a Bach e alle composizioni di Daniel Lopatin. Il “singolo” che ha anticipato l’uscita dell’album, Disworld, è un brano invece iper-stratificato, sulla scia di quella sperimentazione barocca del precedente disco, che qui trova invece un suo equilibrio, e addirittura un giro melodico quasi orecchiabile.
Mirror Guide potrebbe anche chiudersi con questi due soli brani perfetti, ma prosegue con momenti atmosferici che ricordano il già citato Lopatin, il duo di Portland folgorato dal Giappone degli anni Ottanta Visible Cloaks e addirittura il James Ferraro dei suoi ultimi lavori nei momenti meno claustrofobici. Ascoltando questo lavoro si ha sempre più l’impressione che a guidare l’ispirazione dei Keith Rankin non sia esclusivamente la passione per la musica – o meglio, vari tipi di musica più o meno inconsueta -, quanto piuttosto “accollarsi” la sfida di creare una vera e propria estetica che vada al di là della musica intesa come campo ben circoscritto. D’altronde Keith Rankin è quasi più conosciuto per i suoi lavori da grafico, che per quelli da musicista, dal momento che proprio negli ultimi mesi ha collaborato col marchio New Balance per alcune pubblicità. Quasi tutti i dischi Orange Milk hanno le copertine firmate da lui, e hanno creato un vero e proprio mondo in cui far immergere l’ascoltatore. Il mondo Orange Milk resta tra le esperienze più immersive che la musica degli ultimi decenni ci abbia regalato; Mirror Guide è una delle lande più visionarie di questo mondo esperienziale.
Alla base di tale visionarietà c’è appunto il “tratto” musicale di Rankin: indubbiamente, i movimenti che accompagnano questi dischi sono quelli della mano di un grafico, come se volasse su una tavoletta usb e invece di creare forme per gli occhi, trasferisse il tutto alle orecchie in una perfetta sinestesia. Forse è questo che, più dei suoi colleghi “infognati” nella rigida estetica HD, riesce a innalzare il disco verso uno step superiore. Se è effettivamente vero che l’utilizzo dei preset digitali che imitano strumenti tradizionali stia cominciando ad assumere una forma sempre più standardizzata, con a sorreggerla il concetto di “medioevo digitale” che è ahinoi spesso una facile scorciatoia per chi non ha idee (ed ha scoperto le master keyboard degli anni novanta stile M1 solo oggi, nella sua riedizione per Ipad), altrettanto vero è che questo campo può essere sfruttato in modo egregio mettendo da parte alcuni aspetti teorici fondamentali.
In questo caso, è l’approccio tradizionale al sistema “temperato”, che è un po’ la pecca di tutta la cricca di cui sopra che anche quando lo nega è come se in fondo lo invocasse a gran voce. Nel nuovo Giant Claw la fa da padrone invece l’aleatorietà: elemento che rende questa esperienza coerente con la storia di Keith, che parte appunto dal noise a la Dilloway, E se il noise è appunto un caos controllato (caos ovviamente nella forma ma non nel contenuto), è possibile ottenere lo stesso effetto straniante sfruttando quello che la moderna tecnologia dei synth ci offre. L’apparente utilizzo di scale, armonie, che l’orecchio percepisce più o meno in maniera gradevole, non è altro che una produzione presettata come in un pad X/Y di un Kaossilator. Dove metti metti le dita, non potrai mai sbagliare: ci troverai scale raffinatissime a portata di dito e otterrai quello che era il sogno dei Kraftwerk di Pocket Calculator (se tu premi un bottone/ lui ti fa una canzone). L’approccio è quindi quello di fare “casino”: c’è un sottotesto dietro all’ascolto di un apparente andazzo “armonico”, che è a metà tra il ludico e lo sperimentale, nel senso che – proprio come in un gioco – è quasi impossibile sapere dove porterà musicalmente quella che a tutti gli effetti sembra un’improvvisazione totale che fa dell’approssimazione un vanto e un punto di forza.
Che poi ci sia spazio anche per i cori, come in Disworld, è evidente metafora dell’essere umano che insegue il random della teconolgia cercando di dargli un senso, una voce. Until Mirror è infatti l’ esempio di come possiamo tranquillamente , nelle quattro mura di casa, sviluppare un’opera aleatoria “handmade”, nella quale sia Schoenberg sia le partiture dei film Disney si uniscono in una sorta di “mistica pop” della cabina di pilotaggio (Pitchfork scomoda il compositore comunista Nancarrow, famoso per le sue pianole automatiche preparate ) ma la verità è che l’intenzione è appunto elevarsi rimanendo a terra, senza porsi l’ingombrante problema della “scrittura” . Perché già dalla copertina ci troviamo a spiare l’interno di questa nave spaziale, dove si erge una figura appunto – spirituale – incappucciata, che ci guarda, come se noi fossimo l’orizzonte di questo viaggio musicale, appunto “la guida allo specchio”. Che però attenzione è reminiscenza degli esperimenti di Burroughs nello stare a occhi aperti davanti allo specchio senza mai chiuderli, armato di collirio fino ad avere visioni che lo catapultano fino all’antico Egitto. In questo caso, l’autore si catapulta dentro di noi, sondando se ancora abbiamo un’anima: riprendendo in mano gli i – ching sonori di John Cage e mandando la macchina a esprimersi da sola alla ricerca di questo “fuoco sacro” in Mirror Guide 1, dove tutto sembra composto casualmente su un programma stile Music Score, dando una sorta di coerenza all’impossibile per poi lanciare i dati midi alle macchine.
La questione tecnica è infatti centrale in Giant Claw: quello che l’ascoltatore non sa è quello che rende il tutto magico. L’addetto ai lavori più scafato non cade dalle nuvole, ma il nostro eroe riesce ad evitare la proverbiale paraculaggine usando le possibilità e i limiti della tecnologia come si userebbe un pianoforte, magari con il piglio di un ragazzino alle prime armi che non ha intenzione di imparare se non prima provando a schiacciare i tasti alla ricerca di una sua dimensione “aurea”. Ecco perché in questo assomiglia al suo collega Galen Tipton (altro pezzo da novanta di questo genere che chiameremmo “new aleatoria”), la cui materia plunderphonica fa capolino in Mirror Guide II, dove un Philip Glass reduce da una prova sbagliata di Einstein on the Beach affiora esausto nel finale. L’ultimo brano, Thousand Whys chissà perché ci ricorda un miscuglio delle opere classiche uscite per la Apple, una specie di I’m the walrus in cui resta solo l’orchestra diretta però dal Taverner di The Whale.
È il brano forse più pensato di tutti: ma cos’è il pensiero se non una raffica di idee al secondo casuali da incanalare nel tempo e nello spazio? D’altronde per fare questo disco Rankin ci ha messo quattro anni, che oggi come oggi sono da leggere come quasi due mesi scarsi: un invito a rallentare, rallentarsi, ripartire ritardando cause ed effetto: perché prima di ogni azione è necessario guardarsi allo specchio del cambiamento, mosso da mani medianiche e insondabili.
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