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7.4

Due giorni dopo l’uscita di Chemtrails Over The Country Club, Lana Del Rey aveva annunciato che, entro l’anno, sarebbe uscito un altro album di inediti. La prolificità dell’autrice americana (ha pubblicato 8 album in soli 11 anni) è la chiave per intenderne la parabola. La sua produzione artistica è a tutti gli effetti un mezzo terapeutico, il modo in cui applica una lente d’ingrandimento sulla propria emotività e sulle scelte di vita. I riferimenti culturali (il cinema hollywodiano anni 60, il pop da classifica degli anni 90, lo spleen esistenzialista) non sono solo un piatto di contorno che non ha ripercussioni sulla poetica, sono la poetica stessa. Il citazionismo, d’altro canto, è l’essenza del pop. Per cui una popstar può dirsi autentica e matura solo quando, nel proprio percorso artistico, incorpori e superi i “riferimenti” per farli diventare il “proprio immaginario”.

Lana Del Rey, a partire da Norman Fucking Rockwell, ha iniziato un percorso di iniziazione alla maturità, mantenendo costanti i propri riferimenti e, anzi, aggiungendo elementi d’interesse strada facendo. L’ha fatto con Chemtrails Over The Country Club, con un inedito tocco country-folk intimistico, e lo ripete in questo Blue Banisters, in cui mostra l’ulteriore maturazione del proprio songwriting. Prodotto dalla stessa cantante insieme a Drew Erickson (Weyes Blood, The Killers, Florence + The Machine), l’album rappresenta a maggior ragione un passo importante in questo senso perché, per la prima volta da Norman Fucking Rockwell, la Nostra si trova orfana del co-autore delle star, Jack Antonoff.

In Blue Banisters la si vede a tu per tu con ciò che vuole comunicare, una scelta che s’accompagna a un avvicinamento al cantautorato americano d’autore. Bruce Springsteen, Stevie Nicks, Joni Mitchell possono essere pure chiamati in causa, ma la verità è che Lana, riavvolgendo il filo rosso al sadcore che l’ha resa famosa, ha maturato una formula tutta sua. È diventata una vera popstar, di quelle con stoffa da vendere …ed è ancora una badgirl. Uno dei brani più riusciti, nonché la canzone che ne racchiude magistralmente la poetica in poco più di 5 minuti, Black Bathing Suit, la riporta dalle parti di Born To Die con una rinnovata e più diretta vena sia nelle strofe («If this is the end, I want a boyfriend», «When I’m being honest, I’m tired of this shit») che nel ritornello («He said I was bad, let me show you how bad girls do / ‘Cause no one does it better»).

Inoltre, nel disco troviamo anche qualche novità. Mentre un tempo Lana ha sempre avuto un occhio di riguardo verso il passato, sia inteso come riferimento stilistico, sia come esito delle proprie narrazioni, Blue Banisters è un album che parla al presente della sua vita. L’opener Text Book lo fa con uno stile elegante, fra Angelo Badalamenti e Amy Winehouse, e un ritornello dalle tonalità dream folk, tirando in ballo fatti di cronaca recente («Maybe just the way we’re different could set me free / And there we were, screamin’ “Black Lives Matter” in the crowd»), la title track intesse invece un mosaico di eventi in presa diretta, all’apparenza insignificanti, eppure funzionali.

Sospeso tra bozzetti impressionistici, radiocronaca di vita e bucoliche istantanee, Blue Banisters non è affatto un disco tedioso, anzi, è spensierato, liberatorio, quasi giocoso. E questo quando non si gioca la carta di un’inaspettata sacralità: Arcadia è una liturgia solenne che ricorda l’Hallelujah di Cohen/Jeff Buckley in cui Lana immagina che il suo corpo rappresenti una mappa di Los Angeles. Violets for Roses è quasi una filastrocca fanciullesca, a cui gli archi, appena accennati, regalano la bellezza della sacralità nell’ordinario. Qui, Del Rey osserva e scrive, e, felice, accenna di nuovo al presente («The girls are runnin’ ‘round in summer dresses / With their masks off and it makes me so happy»).

Lana ha trovato il poetico dove di solito non c’è. Come spiegare altrimenti l’assolo di voce distorta alla fine della timbuckleyana Living Legend? O la meravigliosa Sweet Carolina, in cui il cantato è perfettamente a fuoco e la poetica è racchiusa nella depressione post-parto (della sorella Chuck) o nel verso anti-poetico («You name your babe Lilac Heaven / After your iPhone 11 / “Crypto forever,” scrеams your stupid boyfriend / Fuck you, Kevin»)?

Il dittico Dealer e Thunder, infine, è la perfetta quadratura del cerchio. La scrittura da lirica si fa puramente pop. La seconda, nata durante la collaborazione (mai finalizzata) con i membri dei Last Shadow Puppets, è un folk gospel dal tono allegro e uptempo, una piccola gemma nascosta. La prima, invece, è stata scritta e cantata con Miles Kane e, oltre ad essere il brano più “sporco” dell’album, è anche uno dei più interessanti: dopo una strofa in pieno spolvero brit-pop, Lana entra sul ritornello a gamba tesa urlando «I don’t want to live» come l’avrebbe fatto Sharon Van Etten

Al netto di qualche riempitivo (Interlude, If You Lie Down With Me, Wildflowers Wildfire) non stigmatizzabile, Blue Banisters è l’ennesimo disco riuscito di un’artista che sa come risultare interessante. Lucida, precisa, fuori da qualsiasi caricatura di se stessa, Del Rey è riuscita a fare un viaggio andata e ritorno dall’indie al mainstream senza perdere la propria identità e, anzi, portandosi appresso un folto seguito e, soprattutto, risultando seminale. È difficile immaginare la musica di oggi senza Lana, così come è difficile pensare che gente come Lorde, Eilish o Halsey avrebbe avuto la stessa fortuna senza di lei. Questa è la maturità dell’artista di cui avevamo bisogno.

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