Recensioni

7.3

Qualcosa si sta muovendo? Sì, qualcosa si muove. Qualcosa si muove sempre. Anche quando non si vede. Come le cellule che non smettono mai di sostituirsi. Come la ruggine che, come ben sappiamo, non dorme mai. Come l’inquietudine che formicola dal centro alle periferie, col suo codice spesso inadeguato, marginale, invisibile (o quasi). 

Gli Smile sono quattro ragazzi sul punto di non essere più tali, dal momento che dovrebbero galleggiare attorno ai trentacinque anni, anche se il termine “ragazzo” è duttile, fluido, non strettamente legato all’età. Deriva a quanto pare dall’arabo raqqāṣ, con il quale si intendeva “fattorino”, “corriere” oppure – attenzione – “messaggero”. Va da sé che quando chiami “ragazzo” – o “ragazza” – qualcuno, non lo stai solo connotando anagraficamente: gli stai conferendo un’identità, un ruolo, un posto nel contesto. Ma dicevamo di questi quattro, ebbene sì, ragazzi. Li abbiamo conosciuti circa un anno fa in occasione di From Turin To Austin, compilation che vedeva un nutrito numero di band torinesi rendere omaggio al canzoniere e alla figura del mai troppo rimpianto Daniel Johnston. La particolarità di quella raccolta era una palpabile omogeneità tra i diversi nomi coinvolti, accomunati dall’appartenenza alla stessa generazione – tu chiamali, se vuoi, millennial – nonché dall’evidente attitudine per sonorità che, per farla breve, potremmo dire: chitarristiche. 

Intervistati sui parametri utilizzati per selezionare i partecipanti al tributo, gli Smile – che figuravano tra i principali promotori – dichiararono: «la maggior parte di noi ritiene che ci sia un senso d’urgenza nello scrivere, quell’impulso a gettare fuori, quella liberazione tanto spesso legata a doppio filo con la sofferenza. In questo senso marginalità e potenzialità sono le due facce opposte della stessa medaglia, dell’essere umano». Parole che tornano utili a introdurre il loro album d’esordio, dal titolo disarmante – The Name Of This Band Is Smile – chiaramente ispirato a un meraviglioso album live dei Talking Heads, anche se all’ascolto risulta subito evidente che con la band di Byrne le connessioni siano pressoché inesistenti. Pare più appropriato quindi interpretarlo come un gioco sul contrasto tra il senso del nome e il cuore della loro proposta, oppure con la difficoltà – l’impossibilità – di emergere in quella specie di nebulosa che è il catalogo di una qualsiasi piattaforma di streaming. Chissà.  

E insomma, il disco: otto le tracce, meno di mezz’ora la durata complessiva. Lavoro stringato, essenziale, un po’ come la forma del suono, quel basso-chitarra-batteria-voce che non ammette altri ingredienti, in cui quello che c’è è esattamente ciò che deve esserci. Viene da pensare a un arco voltaico tra gli Ottanta onirici e ulcerati dei primi R.E.M. e i Novanta con un piede nella tradizione e l’altro nel disagio dei Counting Crows, più particelle d’irrequietezza Replacements e Feelies ad agitare e intorbidire ulteriormente le acque. Le canzoni sono sketch di tre minuti (durata media) a base di febbre che stringe le ossa e sudore freddo sulle tempie mentre corri su un piano inclinato, sono sguardi che sbattono contro perimetri stretti e prospettive opache, si portano dentro il calore – la rabbia – del voler essere e un principio di rassegnazione gelida. 

Tutto questo sembra coagulare in una consapevolezza che è assieme cruda e sfuggente, necessaria e inaccettabile: se c’è un messaggio di cui questi ragazzi sono messaggeri, è il disorientamento di chi si trova a vivere sulla propria pelle il conflitto tra precarietà e vita, in un continuo crepuscolo di valori da cui non ci si può aspettare nessuna alba. Diversamente da quanto quanto accade coi fratelli minori (generazionalmente parlando) della trap, questa latitanza di futuro non determina in loro la fuga in avanti verso un individualismo sprezzante e sfrontato, ostile nei confronti dello status quo e (quindi) famelicamente arrivista, bensì li spinge a far emergere il rovello, a incendiare la nostalgia per ciò che non hanno vissuto e che non potranno vivere, a confessare l’insostenibile leggerezza della rassegnazione. 

Forse è proprio la “macchia” della speranza che si portano dentro, assieme al senso residuo di appartenenza alla collettività come chiave per accedere a qualunque forma di libertà e realizzazione individuale, che li fa sembrare i più legittimati a sentirsi traditi dal nevaio di promesse non mantenute (quelle stesse che albergano nell’architettura austera e spettrale – seppure ammorbidita da una patina monocromatica dalle neanche troppo vaghe reminiscenze Belle And Sebastian – ritratta in copertina). Credo sia ben poco casuale quindi che per esprimere l’ampiezza e la portata di questo disagio si rifacciano ai modi e alle forme di quel rock che visse in bilico tra dimensione alternativa e successo, in quella cuspide tra 80s e 90s che – guarda un po’ – corrisponde al periodo in cui questi ragazzi sono nati: è come se a forza di canzoni intendessero tornare sul luogo del delitto, al momento in cui il (loro) futuro ha iniziato a morire. 

Si spiega così la forma della loro musica, ovvero perché abbiano scelto la lama della chitarra per sbucciarsi l’anima, quel trillo affilato che sgomita nel mulinare armonico e va ad incastrarsi con la sezione ritmica e la voce in una quadratura nervosa: ciò che senti insomma è un impeto ora appassionato e ora tagliente (Every New Mistake), comunque col fiato in gola, quasi in apnea (si senta Time To Run), come una corsa – appunto – sempre al limite delle possibilità. Lo spiega fin da subito How The Race Is Done, posta non a caso in apertura e – sempre non a caso – il pezzo più lungo in scaletta: dopo una breve vibrazione distorta, ecco il riff feroce sul galoppo di basso e batteria, ed ecco la voce immersa nel suono ma senza annegare (è importante che ci vada vicino), e nel ritornello i coretti a diluire una gravità radente, tutto un precipitare dissonante e orizzontale che è quasi l’immagine sonora del falso movimento di un’intera generazione (“We’ll be looking for a way through/While you stay paralized”). 

I parametri insomma sono fin da subito chiari e non lasciano dubbi riguardo ai modelli di riferimento (già citati). Ma ciò che spedisce gli Smile oltre la barriera del cliché e del riciclo retromaniaco è quanto sembrino possedere quelle forme meno di quanto non ne siano posseduti, quanto più che interpretarle ne sembrino interpretati. Si senta a proposito la assai bella Broken Kid, quel suo ondeggiare denso e tumultuoso tra disarmo e combattività, il modo in cui la compattezza della malinconia si sfalda continuamente, in particolare nella graticola del ritornello, dove tra i primi due versi – “I’m out/There’s nothing more to sing about” – e i secondi due – “I’m out/I’ve got nothing left to care about” – si consuma un autentico collasso emotivo. Gli Smile fanno insomma pensare a qualcosa che sta accadendo necessariamente, a un’ultima possibilità – probabilmente fuori tempo massimo – di urlare un’eclisse generazionale che chiederà il conto – lo sta già facendo – alle generazioni successive. Al futuro. 

Un’ultima considerazione: se tutto lascia pensare che il rock sia destinato a diventare il monumento a se stesso a favore di streaming e telecamere, non credo che un disco come questo possa cambiarne il destino. Sono convinto che non lo credano neppure i suoi autori. Tuttavia, fintanto che ci sarà qualcuno disposto a utilizzarne la cassetta degli attrezzi, a farne il codice più adatto per portare il proprio linguaggio – il proprio messaggio – vicino al punto di rottura, saremo autorizzati a pensare che il rock sia qui per restare. E per – invisibilmente – muoversi

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