Recensioni

7.5

Eccolo il nuovo disco di Madlib, con scritto grosso così in copertina “Arrangiato da Kieran Hebden”. Il mondo è cambiato un sacco: è morto MF DOOM, un’epoca è finita, niente è come prima. Dieci anni fa, che di Otis Jackson Jr. seguivamo ogni mossa e lui buttava fuori anche dieci dischi all’anno (Mind Fusion, Medicine Show) con dieci moniker diversi (Quasimoto, Beat Konducta, Yesterdays New Quintet), ci saremmo strappati i capelli. Oggi che Four Tet faccia un disco assieme a Madlib è una cosa che fa drizzare le orecchie se va bene a quegli stessi che dieci anni fa pre-ordinavano ogni nuova uscita Stones Throw e Now-Again (va detto anche che il New York Times gli ha dedicato un bel pezzo), quando eravamo tutti anni luce dalle comodità streaming di Bandcamp. Ma va bene così.

Negli ultimi anni il nome di Madlib è stato legato soprattutto a quello di Freddie Gibbs, ma a essere sinceri lo abbiamo perso di vista dal 2014. E quindi ora questo Sound Ancestors? Niente, il fatto è che essendo il classico producers’ producer, Madlib tra i suoi fan ha Four Tet, che per un paio d’anni si è fatto mandare via mail centinaia di ore di musica in forma di beat, con la promessa di tirarne fuori un disco. Un disco che li quadri, li metta a sistema. Questo significa “arrangiato”: che ha prodotto il suo produttore preferito. Sappiamo per prova provata che Madlib è uno pericoloso, che ha bisogno di una guida di qualche tipo, perché è capace di fare un disco al giorno (e questo è evidentemente più un problema che no): fare musica è complicato proprio perché è in fondo molto semplice, ci vuole controllo, disciplina, regole. Anni fa queste guide, questi tutori erano gente come Egon o J Rocc.

A questo giro, a bocce ferme, è stato Kieran Hebden. Lo diciamo? Lo diciamo: ce lo siamo immaginati come un Teo Macero intento a cavare un In a Silent Way dal buco nero delle jam del Miles Davis sciamano elettrico. Qui non c’è nessuna epifania che cambi le sorti della musica, ma la consapevolezza che il Novecento è il secolo lunghissimo sì, e che questi 16 brani sono la prova che si può continuare a essere classici anche sperimentando mentre si fa buona musica. La formula è semplice, il risultato bellissimo. Ma che vogliamo di più. Madlib provvede al materiale grezzo, Four Tet taglia e cuce senza mai fare sentire la sua mano e le suture (l’unico pezzo veramente collagistico è la title-track), senza mai diventare produttore in senso stretto a sua volta, tutto votato a un gesto di amicizia che è un gesto d’amore al servizio della musica. Sei un bravo ragazzo Kieran, ma lo sapevamo già.

Qui c’è solo un hip hop strumentale fieramente zoppicante (anni fa avremmo usato il termine oggi desaparecido “wonky”) e corrusco (anche questo altro termine #boomer, che si usava quando esisteva ancora una critica musicale, con i suoi nobili tropi/cliché). C’è tutta una sequenza di fila che non fa mezza grinza, dal gioiello soul Road of the Lonely Ones all’esercizio produttivo – ma parliamo proprio di roba da maestri – Hopprock, passando per una cosa che riprova la regola d’oro che se vai semplice e al cuore delle cose, le cose ti riescono bene: una Dirtknock con un campione grande così di voce e basso dal Mr. Right degli Young Marble Giants. Diciamola tutta la verità: che a parte la intro che è una intro, non c’è un riempitivo che sia uno, che questa è tutta roba dotata di senso, che scivola che è una gioia mentre annuisci – mentre noddi – davanti alle casse, nello spazio aperto tra il semplice beat e la canzone il cui motivetto ti ricanti in testa ossessivo tutto il giorno. C’è il funk-soul che nutre l’hip hop post-J Dilla (immancabile il pezzo dedicato, Two for 2), c’è un sacco di latin (Madlib era rimasto folgorato o forse proprio fulminato dalla cosa ai tempi di Volta por Cima, di Supreme Team, di Brasilintime, eravamo a metà anni Duemila), incluso quello che immaginiamo un rework a partire dai materiali di una giovane band brasiliana (One for Quartabê / Right Now).

Madlib è tornato, perché non se ne è mai andato: autistico, è sempre rimasto di lato. Dieci anni fa, giovane e tirato di voti, a questo disco avrei messo il nostro classico, stronzissimo, probabilmente giustificatissimo, “sette”. Oggi che le prospettive si sono fatte meno assonometriche e più da Shock Corridor, questo disco di (sotto)genere e certamente di maniera, ma con il cuore grande al di qua della siepe e soprattutto – semplicemente – classico, si merita 7.5.

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