Recensioni

Cominciamo dalla conclusione. Che poteva sembrare ovvia ma così non è. Chi era rimasto colpito da Caligula e dalla scoperta della musica di Kristin Hayter – in arte Lingua Ignota – in Sinner Get Ready troverà soltanto conferme, e possibilmente un ulteriore stimolo a seguire le sue imprese.
Chiamata a testimoniare una crescita del suo progetto – oltre al controverso ma sicuro talento – la cantante, autrice e polistrumentista americana risponde presente su tutta la linea. Un merito da condividere con il lavoro attento e scrupoloso di Seth Manchester e Ryan Seaton, le spalle musicali che hanno dato un contributo importante alla riuscita di questo terzo album, per cui la nostra Lingua Ignota da parte sua pone ben più che solide basi. Lo ha infatti dotato come gli altri di un concept e di una uni(ci)tà di fondo, di uno stile riconoscibile che riconduce indiscutibilmente alla sua autrice, ma anche di una peculiarità del progetto che lo distingue all’interno di un percorso così singolare. Questa caratteristica distintiva è sia tematica – l’argomento religione che accomuna tutti i testi – sia musicale: l’immersione completa in atmosfere da America profonda trasfigurate da un linguaggio polimorfo che unisce a numerose ascendenze classiche e colte (dal canto lirico del teatro d’opera alla polifonia religiosa, fino alla composizione contemporanea) una scrittura musicale imponente e mutevole.
Il sound design di questo lavoro esclude curiosamente il metal e il noise, ambiti da cui venivano alcuni dei musicisti coinvolti in Caligula, e preferisce invece i suoni della tradizione americana per esprimere il genius loci della Pennsylvania – dove Kristin ha scelto di vivere e di fatto ambientare questo lavoro – con il banjo e altri cordofoni che passano dal primo piano allo sfondo e viceversa a seconda di quale soluzione risulti più efficace ed espressiva. Se poi qualcuno pensa che tutto questi smorzi contrasto e dissonanza, due cardini dell’espressività musicale e vocale di Kristin, consigliamo caldamente l’ascolto dei primi due brani, The Order of Spiritual Virgins e I Who Bend the Tall Grasses.
Può sembrare infatti un facile esercizio critico e un gioco ormai risaputo tirare in ballo due voci assolute come Nico e Diamanda Galas, già evocate al confronto con Caligula; ma perdersi tra i meandri di un monodramma musicale come The Order of Spiritual Virgins e farsi trafiggere dai continui mutamenti del suo ordito– che riflette parte di quell’assoluto e lo sa riproporre con scienza ed emozione – è un’esperienza non proprio ordinaria e che giustifica in fondo questi accostamenti. La partitura che vive di contrasti spettacolari – tra i bordoni minacciosi, vero non plus ultra di questa terribilità del divino che pretende una fede cieca e una vera sottomissione fino all’annullamento di sé, e l’armonia ardita di un canto virtuosistico che a quelle altezze spirituali vorrebbe e sa arrivare – tocca il culmine mentre Kristin gorgheggia di “eternal devotion” su accordi ascendenti e le risponde una sorta di collasso di tutto l’apparato strumentale tra un pianoforte che viene massacrato senza pietà e percussioni in preda a una sorta di raptus e di vertigine jazzata.
La capacità di trascendere i generi delle figure che abbiamo evocato – ora attraverso una glaciale monumentalità, ora con la fantasia espressionista – si ritrova potente in I Who Band the Tall Grasses: qui il contesto estremo – qualcuno che prega solennemente il Signore perché uccida il proprio nemico – è espresso con la voce in un andirivieni continuo da un canto maestoso a un incalzare assatanato che ha più a che fare con forme estreme di recital. Non si è meno ipnotizzati e in balìa di Many Hands, una forma moderna di blues devozionale interpretato da una vestale dei tempi antichi, immerso in scordature e bordoni e stridori metallici allucinanti; lascia senza fiato pure il gospel neobarocco di The Pennsylvania Furnace, che si scambierebbe per un canto liturgico soave se non avesse i cani dell’inferno sulle sue tracce – per parafrasare un Robert Johnson lontano nella forma ma vicino nelle intenzioni più di quello che si potrebbe credere.
Un programma tanto imponente, sublime, grandioso, fino al consapevole eccesso, dalle atmosfere così solenni e morbose, non poteva che avere una parte lirica altrettanto forte. Sinner Get Ready è un concept che prende spunto dalle tradizioni religiose di uno degli stati più antichi degli USA – l’ascetismo dei Mennoniti, il rigore antimoderno degli Amish, la spiritualità delle comunità monastiche di Ephrata – per i suoi discorsi inquietanti. Lo zelo religioso tipico della provincia americana assunto a metafora psichedelica della natura umana è un fervore che più che con la purezza di una fede genuina sembra avere a che fare con un fanatismo da lettera scarlatta, da caccia alle streghe, una follia patologica. Ne sono esempio anche le varie field recordings (se così le si può chiamare) attentamente selezionate, che fanno capolino qui e là: la registrazione delle pubbliche scuse (vere) di un celebre predicatore televisivo che fece mea culpa dopo essere stato scoperto con una prostituta, o la donna che proclama di essere “coperta dal sangue di Cristo” e la pandemia non la tocca. Anche da questi particolari si evince il taglio di pezzi che affondano le dita nel ventre molle della Bible Belt e delle sue ossessioni penitenziali, mentre oscillano come un pendolo tra song e avanguardia.
Riprendendo il filo musicale del nostro discorso, quest’opera concept regala altri momenti forti e importanti: per esempio The Sacred Linament of Judgment, una cantata-mantra à la Nico immersa in echi psichedelici di proto-folk americano, leggermente estenuante ma assolutamente suggestiva, o Perpetual Flame of Centralia, una sorta di lied pure abbastanza familiare, senza strappi, con la solita intensa interpretazione. E all’improvviso persino una certa sorpresa, quando la traiettoria delle creazioni di Kristin ci porta ormai verso la conclusione.
Discorso a parte meritano infatti i due pezzi finali, due brani ultimi che si riconciliano con l’idea della canzone, in due direzioni diverse, e sono a loro modo due perle del disco. Man Is A Like A Spring Flower si presenta come ballata folk con un solo giro armonico, circolare e incalzante, ostinato come le anafore ossessive con cui il testo racconta che il cuore dell’uomo è tutt’altro che immacolato; ma poi a un tratto si cambia, si inizia a volteggiare al tempo di una danza folk barocca, proprio mentre i vocalizzi soavi di Kristin mettono in cornice le parole più terribili e definitive («the heart of man is impossible to hold»).
Proprio alla fine, arriva a suggello di tutto il brano che ti aspetti ancora meno: The Solitary Brethern of Ephrata. Una canzone melodica che scende giù del ciel come una vecchia carol anglossassone, di quelle che si posano bianche e delicate come la neve, oltretutto unico momento edificante di una religiosità che qui pare rasserenata e in abbandono estatico, dove si accenna addirittura al Paradiso oltre il dolore e la miseria terrena. Volesse scrivere canzoni “normali” oltre alla sua musica inaudita, la nostra signora del canto esiziale lo saprebbe fare benissimo, e le verrebbero anche bene. Ma non avevamo dubbi. Chissà che non sia davvero questa la sua nuova, americanissima frontiera.
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