Recensioni

7.7

Quando Slowthai cantava Nothing Great About Britain sicuramente non si riferiva alla scena musicale del suo paese. In questi anni, infatti, il Regno Unito è stato un continuo sbocciare di band con una fisiognomica sonora ben precisa. Ne abbiamo trattato a più riprese su queste pagine: il revival post punk sta vivendo la sua golden age. Da un lato la Brexit con le sue conseguenze sociopolitiche, dall’altro una generazione colpita dalla crisi economica e messa con le spalle al muro dal capitalismo: se il grime è la risposta alle disuguaglianze sociali da parte di artisti che si fanno (vedi Stormzy) portavoce di quelle stesse istanze, il ritorno al post punk è l’espressione di una gioventù intellettuale che pesca a piene mani dal sound degli anni Settanta e Ottanta per ibridarlo a proprio piacimento con altre coordinate spazio-temporali.

Passando, quindi, da chi ha sfiorato o toccato i vertici delle classifiche (Idles e Fontaines Dc) a chi riscuote plausi e apprezzamenti da critica e colleghi artisti (Black Midi o Shame), arriviamo agli Squid. Il quintetto di Brighton pubblica l’atteso esordio, un album che prende il precedente Ep Town Centre e lo cristallizza, ampliandone i confini. Bright Green Field è la sublimazione della golden age di cui sopra. Parte dai Fall, capostipiti dell’albero genealogico di questa scena, e si sposta rapidamente verso Neu! e This Heat, mantenendo però chitarre per lo più asciutte, come se i Talking Heads fossero una presenza impossibile da esorcizzare. Ma se siamo qui a incensare gli Squid è per la loro capacità di sovrapporre questi presupposti sonori a paesaggi lontani, senza curarsene. Ecco allora strumentali, suite, il jazz che va a braccetto con l’elettronica, il cantato meccanico che sa riscaldarsi e raffreddarsi nell’arco di qualche verso.

Il terreno verde luminoso è un posto immaginario, un sottosopra di Camelot che rappresenta un tentativo di fuga dalla city alla countryside, sia geografico che metaforico. G.S.K. mescola il funk con fiati dub e melodie nevrotiche, Narrator è un romanzo modernista; imprevedibile, complesso ma allo stesso tempo psicanalitico. Quando arriva Paddling sembra che finalmente i ritornelli pop ti facciano cambiare idea sul coraggio sperimentale – a tratti quasi menefreghista – degli Squid e, invece, ci pensano gli incastri geometrici di 2010, le stratificazioni di Peel St. e la sinistra Global Groove a farti cambiare idea.

Il debutto dei ragazzi sarebbe piaciuto a Mark Fisher, non a caso il cantante e batterista Ollie Judge ha scritto i testi del disco imbevuto di letture del compianto critico e sociologo, ma ha sicuramente attratto Warp, che ha messo la band sotto contratto anche se apparentemente lontana come sound dal catalogo elettronico che ha reso famosa l’etichetta. In questi due fatti c’è il concentrato degli Squid: il loro è un post-genere e l’impianto teorico dal quale muovono è ben strutturato, nonostante non siano nemmeno trentenni.

Bright Green Field è un manifesto generazionale, una radiografia di dove stia andando un certo tipo di musica. Sembra non avere alcuna unità eppure i brani sono parte integrante di un immaginario preciso. Giunti al termine dell’ascolto la sensazione che prevale non è caotica, non nostalgica, né decadente; si ha l’impressione di aver attraversato il quotidiano, anzi, di aver camminato a lungo vedendo l’alternarsi degli scenari e ascoltando le storie di gente comune. Gli Squid non indicano la meta, piuttosto lavorano per apparenti antitesi con l’intento di smuovere qualcosa e, soprattutto, spingerti a cambiare posizione. Che sia un punto di vista o uno spostamento fisico poco importa. Come diceva Ballard: «Le nostre vite oggi non sono condotte in termini lineari. Sono molto più quantificate; si sta verificando un flusso di eventi casuali». Il disco è la trasposizione in musica di questo concetto.

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