Recensioni

I Sault sono un po’ i Liberato inglesi, oppure se volete gli XX della musica black. Vale a dire, coi dovuti distinguo, un collettivo che gioca gran parte del suo fascino sul versante anonimato e identità segrete, promozione nulla e attività live non pervenuta. Dal punto di vista musicale, un intingolo che sa di furbo e stilosissimo fritto misto: r&b, hip hop, afrobeat, soul, qualche sfoglia più jazzata e una patina a metà tra la bedroom elettronica e la jam tra amici. È una proposta fatta per dare una voce ulteriore alle istanze black anche in area Black Lives Matter (vedi i due dischi condivisi nel 2020) ma anche e forse soprattutto per piacere agli hipster bianchi. Questo lo diciamo non per sminuire, ma per dare un’idea quanto più completa della musica proposta da questo progetto: al di là della patina DIY, è evidente come ogni ingrediente, per quanto apparentemente buttato lì con una nonchalance molto casual, sia esattamente al posto giusto.
Se volete una ricetta che possa potenzialmente piacere a tutti, ma intrighi anche il feticista del sample – che in ogni pezzo può divertirsi a scavare per capire da dove venga quel campionamento o di chi sia quella voce – eccovi serviti. Batteria e basso preponderanti, qualche chitarrina piazzata con gusto, melodie vocali stratificate e sempre molto pop, contaminazione a briglia sciolta. Nulla di mai visto, tutto molto bello. Ci sono pezzi più inquieti, magari innervati da un drumming funky nervosetto e un basso catramoso (London Gangs), oppure pezzi r&b pronti per aperitivare malinconici al tramonto (Bitter Streets), oltre a dichiarati giochi di parole – vedi una Trap Life che di trap non ha ovviamente proprio nulla.
Poi ci sono ballate soul dal sapore vagamente hendrixiano (Alcohol) e classicismi rap (You from London). Spesso le tracce presentano un twist produttivo e strutturale a metà o in coda, dove cambiano completamente spesso switchando da elettronica ad acustica o viceversa. Del resto la mano produttiva generale è la stessa in tutti i pezzi e si sente: Inflo è uno dei pochi nomi certi riconducibili al progetto, lui che ha lavorato già con nomi anche importanti come Little Simz (qui presente in un feat.) e Michael Kiwanuka.
In tutto questo c’è poi la formula distributiva a termine: 99 giorni in cui sarà possibile ascoltare questo nuovo NINE in streaming, poi basta, sarà cancellato dall’internet. Una trovata che ha più a che spartire con la moda (o l’oggettistica da collezionismo audiofilo) e i suoi meccanismi di tirature limitatissime, che non a pensate rivoluzionarie in scia Radiohead. Ad averne, certo, ma i dischi dell’anno sono altri.
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