Recensioni

La definizione di post-punk calza a pennello agli Iceage, nati furiosi con un punk hardcore convincente ma mai quanto i vari side project della band – su tutti l’ottimo powerviolence dei Sexdrome che ti colpiva allo stomaco con un ghigno malefico a domandarti se ne volevi altro – per poi aprirsi in direzioni sfacciatamente rock; un’eresia che in realtà veniva giustificata con una credibilità compositiva degna di nota. Che il frontman Elias Bender Rønnenfelt avesse delle ambizioni in questo senso era facile capirlo già dalle ultime due fatiche in studio della band, soprattutto da Beyondless che cavalcava la tendenza senza giraci troppo attorno e con buoni risultati.
Una passione per certi versi leggibile nel sostrato creativo del gruppo danese, ma che qui arriva finalmente a compimento grazie al tocco dietro al mixer di Mr. Sonic Boom Peter Kemper, capace di conferire la giusta coloritura a un quadro di per sé interessante ma mai dirompente come adesso. Così, Seek Shelter devia il modo maledetto dei nostri di guardare la vita giocando con i Pulp di This Is Hardcore in chiave gospel (con tanto di partecipazione del Lisboa Gospel Collective) nella sofferta Love Kills Slowly, mentre tira in ballo i semi cattivi in una Holding Hands, che esplode in reiterati stacchi amabilmente calibrati a sottolineare un sinfonico senso della fine.
E così via, tra suggestive ballate à la Suede che esaltano il valore delle relazioni umane (Shelter Song), raffinate orchestrazioni in bilico tra Burt Bacharach e Hope Sandoval (Drink Rain), passando per il malinconico britpop nero (The Wider Powder Blue), e fino ad echi Dylaniani (Gold City). Una temperatura innalzata ad arte dal tiro post-punk autoriale e scuro di High & Hurt (un pezzo che sa come fare la differenza che se ne vorrebbe di più), quanto dal pregevole mix rock’n’roll di Lou Reed e Redd Kross di Dear Saint Cecilia e dai dirompenti tagli screamadelici con cui il big beat incontra l’umorismo neo-noir di Vendetta (recuperate il video ottimamente interpretato da Zlatko Burić). Il tutto portato a casa con buona personalità.
Un disco pieno e appassionante veicolato da un’epica con tutti i crismi del caso, che ci fa dire senza timore alcuno che gli Iceage hanno trovato la loro vera vocazione. Ed è davvero un bel sentire.
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