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7.3

Sam Shepard è un po’ il Mario Monti delle commistioni tra jazz e musica elettronica: un preparatissimo tecnico spesso con un brio non troppo trascinante, tanto bravo quanto spesso un po’ troppo freddino nelle sue algide – e sempre molto lucide – elucubrazioni. Su questo Promises, disco collaborativo con il leggendario Pharoah Sanders e la London Philharmonic Orchestra, c’erano tante attese e stanno nascendo parecchi dibattiti, tra chi lo celebra come nuovo capolavoro jazz e chi invece ne sottolinea l’assoluta non-innovatività. L’unione di forze tra producer elettronico e musicista jazz è una pratica rodata, ma in questo caso il risultato finale va a parare non tanto su coordinate à la Flying Lotus con Thundercat (o Kamasi Washington), o improbabili sperimentazioni di coppia come nel tandem Kieran Hebden e Steve Reid. Non gioca nemmeno sul quel recente versante britannico fatto di muscolari cavalcate psych à la Shabaka Hutchings e Ancestors vari (o figli di Kemet). Invece di riproporre un tappetto di groove sintetici sul quale imbastire varie svisate strumentali, gioca in sottrazione, soppesando silenzi, di vuoti e di attese. In questo senso lo stesso Sanders, non esattamente un mostro di sintesi di suo, sembra portare a perfetto compimento un accorta opera di labor limae sui suoi interventi: così tutto quello che ha da comunicare viene veicolato dal minor numero possibile di note. Non tanto un abusato less is more quanto piuttosto un ben calzante more is less, che si compone anche di qualche fraseggio vocale mugugnato a fil di microfono (quarto movimento), per una sensazione intima e quasi uterina.

Questo ci porta a constatare anche quanto questo Promises non suoni come capolavori passati tipo Lord of Lords di Alice Coltrane o Skies of America di Ornette Coleman, nonostante la presenza dell’orchestra possa far intuire il contrario a un orecchio superficiale. Più che alla grandeur classica dei due dischi appena citati, la spiritualità veicolata da Shepard e Sanders si inocula piuttosto in un ambient a tinte jazz (e non viceversa) che ha più a che spartire con il Brian Eno aeroportuale che non con le estasi mistiche di John Coltrane e dei suoi supremi amori. L’intero viaggio è centrato sull’insistita e ipnotica reiterazione di un unico tema portante, sul quale si susseguono di volta involta i vari interventi – di Shepard, di Sanders, dell’orchestra, di tutti e tre insieme. È un loop che si ripete immutabile per tutto il disco, e ogni altro suono o improvvisazione esiste relazionandosi ad esso. Questa nucleica monade da eterno ritorno è un semplice sfarfallio di sette note di arpa sintetica, un meditativo eco new age che si colloca a metà tra il jingle di avviamento e la sonorizzazione di un fiore che sboccia, un gioco di specchi tra un Harold Budd d’antan e dei Popol Vuh smarriti in qualche ultraterreno giardino di delizie. 

Il sax di Pharoah è l’assoluto protagonista delle prime divagazioni, con ogni nota (come dicevamo, oculatamente centellinata) soffiata in un’ancia che vibra di raccolta tristezza e spirituale mestizia. È una rassegnata sofferenza esistenziale, affatto patetica e sempre lievemente distaccata. È un suono già trasceso e sublimato, senza niente di superfluo e con un’aria da testamento artistico a tutti gli effetti, quand’anche non è protagonista unico e assoluto di tutto il disco. Anche perché man mano che le nove tracce si susseguono, l’orchestra prende gradualmente il sopravvento. Si giunge così fino all’imponente climax tellurico di archi nel sesto movimento, oltre a qualche parentesi più vagamente psichedelica – la seconda metà del settimo segmento – e sonde spirituali lanciate nello spazio (gli organi di Movement 8). 

Prematuro gridare al capolavoro e nemmeno così calzante l’iscrizione nella storia del jazz. Proprio qui risiede la particolarità (e l’efficacia) di un lavoro che rivendica una dimensione propriamente ambientale, di sicuro adatta a una contemporaneità fatta di ascetici ascolti da lockdown ed eccedenze di tempo libero in assenza di alternative. Promises si presta tanto a fare da soundtrack mentre si fanno le polveri o si impasta la pizza, quanto ad un ascolto più attento e raccolto che voglia restituirne la bellezza in modo più totale (e totalizzante). È anche un esercizio di stile giocato sul perimetro dei bei tempi andati, eppure l’anima sotto c’è, è viva, palpabile. Può bastare? Eccome. 

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