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Il ritorno di slowthai arriva non a caso a un anno esatto dal fattaccio agli NME Awards, evento in cui il ragazzo di origini barbadiane e irlandesi si è lasciato andare a commenti a sfondo sessuale nei confronti della conduttrice Katherine Ryan scusandosi in un secondo momento, incidente che avrebbe potuto costagli caro e sarebbe stato un peccato, viste le premesse di un ottimo debut.

12 mesi e un lockdown passato a riflettere sull’accaduto e il rapper inglese torna con un sophomore intitolato col nome di battesimo, un album molto agile e scorrevole diviso in due parti: una prima con titoli in CAPS LOCK tutta incazzosa e passata interamente a drillare viulentemente, e una seconda con brani più dimessi e tutti minuscoli, più intima e riflessiva. 

La parte drill è radicalmente americana: su tutti il pezzo con ospite A$AP Rocky, basato su un giro ossessivo da quattro note reiterate allo sfinimento, potrebbe essere firmato da Playboi Carti. Su tutto spadroneggiano ritmiche 808 e beat tra il letargico e il paranoide, con temi portanti tutte le riflessioni innescate dall’antefatto che abbiamo detto: quindi cancel culture (il pezzo con Skepta con un ritornello stolidamente bragga), uso dei social (VEX), ecc. Di tutt’altra pasta la seconda metà, registrata per la maggior parte prima della pandemia e dell’incidente con la Ryan. Sample pop à la Dilla come le vocine femminili di i tried, sognanti lick di chitarra ed echi marshallmathers-iani come push, oltre a retaggi da Mount Kimbie come il beat dell’ottima ninna nanna feel away (che infatti è prodotta da Dom Maker), e il riferimento più ovvio è ovviamente a The Streets. 

La palette è ampia e pervasa da un’americanità che però non stroppia: anche i feat mantengono un grande equilibrio tra compatrioti e ospiti da Oltreoceano, e per ogni Denzel Curry c’è un James Blake a mantenere saldo al centro il timone. La penna di slowthai è sempre divertente e guizzante, con punchlines che alternano il suo solito registro caustico e ironico ad affondi più seriosi, compreso anche qualche affondo politicizzato (nhs sta per National Health System). In generale rispetto all’esordio Nothing Great About Britain si perde un po’ di urgenza – già la struttura rigidamente bipartita ne è indice – ma mai di sincerità. Capolavoro no, promosso a pieni voti sì.

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