Recensioni

Altro che tournée. La band di Brandon Flowers si è trovata a fare i conti con la pandemia e la conseguente impossibilità di promuovere nella veste live il precedente album Imploding the Mirage, e questo ha dato la spinta al frontman non solo a dedicarsi ai propri figli a casa da scuola, ma anche a ripercorrere un pezzo della propria vita e rivisitare i suoi anni formativi (dai dieci ai sedici) trascorsi in un paese dello Utah di appena 5.300 anime, Nephi, «dove se non fosse per l’industria automobilistica sembrerebbe di essere ancora negli anni Cinquanta». Già osservando lo scatto in bianco e nero in copertina – opera di Wes Johnson – ci immergiamo nel mood riflessivo del nuovo Pressure Machine, nelle sue note campestri e nei suoi testi che danno forma a storie talvolta reali, talvolta allegoriche, che si comportano come fossero capitoli di un romanzo, tenuti insieme da voci fuori campo sapientemente catturate da un collaboratore di una radio di Salt Lake City (una decisione presa all’ultimo momento che ha il pregio di creare intrecci, dare un ritmo alla narrazione e, in tempi di canzoni spiluccate nelle piattaforme streaming, imporre un ordine rigoroso di ascolto).
Chi conosce Brandon sa che storyteller in fondo lo è sempre stato, sin dai tempi di Andy, You’re a Star dal fortunatissimo debutto Hot Fuss, e non è certo una novità per chi ha amato il successivo Sam’s Town che Bruce Springsteen abbia un posto speciale nel suo pantheon (sorprende di più, semmai, che nella sua rubrica telefonica ci sia il numero di Bruce Hornsby), eppure in queste undici canzoni si riesce spesso a tenere lontana la tentazione del troppo facile omaggio didascalico. Non stupisca il fatto che West Hills, baldanzosa opening track, profumi di I’m on Fire del Boss nei suoi layer di sintetizzatori ma tutto vada verso un’esplosione di emozioni e contraddizioni (in un paese in cui tutti si conoscono, e in cui vanno forti le hillbilly heroine pills, farmaci oppioidi che servono a tirare avanti e a scappare da una realtà grigia e opprimente). Né che in Quiet Town, con i suoi sentori alla James di metà anni ’90 (dalle parti di Tomorrow), si insinuino riflessioni sulla fede – destinate a tornare in più di un episodio successivo – e sulla retorica del grande sogno americano nel corso del racconto di una tragedia («una coppia di ragazzini è stata investita da un treno che trasportava lamiere ed elettrodomestici nella pioggia scrosciante, stavano pianificando di sposarsi dopo la laurea»), sui sogni andati in frantumi in una «tranquilla cittadina dove le famiglie sono unite, con brava gente che ancora non chiude a chiave la porta di casa di notte».
Si dormirà pure tranquilli al riparo dai ladri, ma il paradiso non è certo qui. Almeno, non per quei boy scout che crescendo hanno pensato di essere “sbagliati” e hanno cercato di togliersi la vita – è il caso di Terrible Thing, su un ragazzino che proprio per il senso di inadeguatezza che prova tenta il suicidio («ci sono bambini con cui sono cresciuto di cui ho appreso solo tempo dopo che fossero gay», ha candidamente raccontato il frontman durante un’intervista a Rolling Stone, «e dev’essere stata durissima per loro; oggi il mondo si sta muovendo in una direzione più positiva e inclusiva, ma negli anni Novanta la gente teneva queste cose per sé»).
Pressure Machine inaugura un modo nuovo di comporre per la band, visto che i testi di Flowers sono nati di getto e sono stati scritti prima delle parti musicali. Non ci sono veri e propri singoli di lancio, solo alcuni trailer che i Killers hanno diffuso sui loro canali – ulteriore dimostrazione che qui si sia di fronte a un concept album più che a una semplice collezione di canzoni. Il team è lo stesso che era al timone nel precedente Lp – ci sono Jonathan Rado dei Foxygen e Shawn Everett, canadese, già all’opera con Alabama Shakes e War on Drugs – e per quanto non manchino melodie ariose e qualche stomper che possa tenere testa agli inni da stadio nell’ormai ricco repertorio del gruppo statunitense, il tutto suona meno sintetico e, soprattutto, meno giocoso.
Particolarmente radiofonico si dimostra il brano Cody, un po’ Crowded House e un po’ Cure altezza Just Like Heaven, ma funziona molto bene anche la collaborazione con Phoebe Bridgers nella delicata malinconia di Runaway Horses, con un controcanto in pieno stile Deacon Blue (a proposito di discepoli di Bruce…) e un testo che è un getto d’acqua fredda improvviso («Ragazza di provincia, metti i tuoi sogni nel ghiaccio, senza pensarci due volte / alcuni li dimenticherai sicuramente e altri non li dimenticherai mai»). Le figure femminili hanno un ardore spento insieme alle ambizioni, il tutto nella rassegnazione di una vita “normale” («è questa la vita che ti sei scelta? O semplicemente è andata a finire così? / Essere la moglie di qualcuno? O stavi vivendo un’altra vita?», da In Another Life). Che a volte, tanto normale, non è: in Desperate Things Brandon Flowers trae ispirazione da altri suoi eroi, Johnny Cash e Nick Cave, e racconta la storia di un poliziotto che si innamora di una donna vittima di violenza domestica finendo per ucciderne il marito. «Una storia vera che fece scandalo a Nephi», con qualche libertà nella terza strofa. Peccato che l’eccessiva verbosità ne smorzi l’impatto.
Le insidie erano dietro l’angolo, viste le dichiarate ambizioni cantautorali, ma concedersi una pausa dall’attività live (per quanto forzata dagli eventi) e affrontare qualche sfida nuova ha fatto sì che la band di Las Vegas ci consegnasse un disco sorprendente, di una profondità e di una freschezza quasi insperate. Sarebbe potuta essere un’operazione velleitaria, dopo anni passati a giocare sul sicuro. E invece i Killers – oggi non più ragazzini – si sono dimostrati pienamente all’altezza dello scopo prefissato. Consigliato a chi, dopo Battle Born, li ha seguiti ma senza entusiasmo. E anche a chi non li ha mai amati troppo.
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