Recensioni

7.4

Con il cantante/chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin lontano dal gruppo per motivi di salute, i restanti Black MidiGeordie Greep (chitarra e voce), Cameron Picton (basso e voce) e Morgan Simpson (batteria) – colgono l’occasione per cortocircuitare il loro suono, già di per sé cervellotico, in maniera differente, coadiuvati inoltre dal sassofonista Kaidi Akinnibi e dal tastierista Seth Evans. Il nuovo album dell’oramai trio trova nuove traiettorie basandosi meno sull’improvvisazione e più su una cura puntuale degli arrangiamenti, di per sé meno corrosivi dal punto di vista strettamente epidermico, ma – niente paura – ugualmente schiacciasassi, se non di più, grazie alla densità delle stratificazioni sonore e all’impatto di un drammatismo scenico molto più viscerale.

Un disco, questo Cavalcade, che con il suo bel trip istrionico e strabordante scansa qualsiasi ipotesi di occasionalità, mostrando invece un endoscheletro ben saldo e un talento sagace quanto imprevedibile nel distillare un calembour schizofrenico di generi in una visione consistente. Un metodo non inedito in senso assoluto, basti pensare alla surreale opera no wave John Gavanti del 1980, nata dalla collaborazione di Mars e DNA, al jazz blobbistico dei Fantomas, o alle più recenti interpretazioni sopra le righe di scuola Skin Graft, come quelle (per certi versi sovrapponibili al suono dei londinesi) dei Koenjihyakkei di Tatsuya Yoshida (Ruins).

In questo labirinto di riferimenti i Black Midi si pongono a testa alta, con un piglio da big band folle quanto lucida nelle sue azioni, spingendo con furia una cavalcata, appunto, funambolica e trasformista. Quella che muove programmaticamente dal progressivo e “sviolinato” mix surreale di post-punk, math rock e funk pestone di John L, il racconto ciò che accade ai leader delle sette spirituali quando gli adepti si rivoltano contro di loro: tra corse a perdifiato dal grande impatto scenico ed eleganti rarefazioni sostenute da un reading à la Malcolm Mooney, incalzate da dissonanze contundenti e potentissimi tagli jazz-core.

E così via, tra jazz-rock ipercinetici che si disperdono in stralunate teatralità da vaudeville (Hogwash and Balderdash) a schizofrenie impastate di lirismo canterburiano (Slow), passando per debordanti funk obliqui dal sapore prog (Dethroned e Chondromalacia Patella) e raffinatezze che sembrano scritte da un Gershwin del male (Marlene Dietrich), per arrivare alla ballatona progressiva che estremizza la teatralità degli Art Bears (Ascending Forth). Ci piace parecchio.

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