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Osannato come uno dei migliori album dell’anno (è un po’ presto ma alle volte la foga da classifica arriva con larghissimo anticipo), ritenuto come il punto più alto della carriera artistica della band, Ignorance – registrato in presa diretta – è il quinto lavoro dei canadesi Weather Station capitanati dalla poliedrica Tamara Lindeman. E non è, almeno per chi scrive, esattamente quel capolavoro musicale che la stragrande maggioranza dei critici vuol farvi credere. Dieci brani per quaranta minuti e Ignorance rivela sin da subito il problema di fondo: è un disco che stanca. Sin dal primo ascolto.

Le carenze strutturali e stilistiche, pur non essendo irrisolvibili, affossano un’opera che si autocompiace ed evita la ricerca. Vittime, forse inconsapevoli, di un patina art pop un po’ troppo manierista, i Weather Station confezionano un album già vecchio, nonostante la ricerca di appigli all’attualità data dai temi scelti in scrittura come capitalismo, cambiamento e crisi climatica, femminismo e attivismo.

Il cambio di passo nella scelta delle sonorità – dal folk degli esordi si è giunti a un electro-pop con momenti jazzy – non arriva a garantire un equilibrio nella scrittura della Lindeman, dopo anni non più su chitarra ma su tastiera, sostenuta ora da un impianto strumentale più muscoloso, con doppia batteria, fiati, bassi e chitarre a go go. Ma spesso l’impressione è che qualcosa non funzioni, che la carne al fuoco sia troppa, e la brace già spenta, come se la luce non venisse puntata nella giusta direzione. Insomma come se tutti e quaranta i minuti di Ignorance suonassero incompleti, piccoli convogli sonori trascinati dietro a un lato b di Florence Welch. Molte tracce sembrano ancora in costruzione, ma non raggiungono mai quel picco di vigore per poter contrastare alcuni degli elementi più morbidi del genere che la band vorrebbe padroneggiare, quell’art folk dagli equilibri tanto complessi quanto ammalianti.

A volte la strumentazione portata in scena dai musicisti di Toronto pare entrare in contrasto con se stessa, come se il calore delle chitarre venisse immediatamente congelato dal rigore tagliente delle percussioni sottostanti, incapace di creare dinamiche propulsive all’interno dei brani, anche laddove i ritmi non sono né uniformi né deboli. Ma la sensazione finale è sempre quella che le canzoni si trascinino, faticando non poco, per giungere alla fine.

Non tutto però è perduto. Qualcosa di molto buono accade in fase di apertura con Robber – che è l’inizio e per alcuni versi la stessa fine poiché gli elementi positivi sembrano concentrarsi quasi unicamente nell’opening track di sicura presa, dal sax jazzato alle percussioni calibrate – così come nel taglio vivace e melodico di Tried to Tell You, o nella fluidità di Trust, una ballata pianistica in odor di primissima Fiona Apple.

Una ricchezza promettente – che emerge soprattutto per l’aspetto legato alla produzione – ma che non sembra aver capito esattamente dove mirare, e finisce per essere semplicemente un suono che possiamo definire “a posto” (Loss e Wear in particolar modo). Un effetto noioso, viste le premesse (Lindeaman folgorata dalla causa ambientalista) e il chiacchiericcio entusiastico di esperti e ammiratori.

La voce della cantautrice non delude, si fa sempre più profonda e malinconica, un po’ sulla scia di Weyes Blood pur mancando della sua drammatica grandiosità. Ma non c’è urgenza, non c’è mordente. Resta solo una marcia, ben scritta, ben pensata, non così ben orchestrata: Ignorance si rivela un disco solido nelle intenzioni ma debole nel risultato, un ascolto semplice. Sin troppo. Se si apprezza l’attenzione ai dettagli, la produzione pulita e la strumentazione stratificata, non si può sorvolare sul fatto che i dieci brani – emotivamente carenti – finiscono per suonare tutti allo stesso modo. Nel complesso non c’è niente di terribile in Ignorance ma ugualmente niente che faccia venire voglia di tornare ad ascoltarlo.

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