Recensioni

7.3

Spalle al muro, fucili puntati. Gli ultimi pensieri di un’intera esistenza pronti a interrompersi in seguito all’ordine del fuoco. E, invece, l’esecuzione viene sospesa. Se non fosse andata così, Fëdor Dostoevskij non avrebbe salvato Charles Bukowski. A detta dello stesso scrittore statunitense, è grazie all’autore russo che uno squallido lavoro, la vita dissoluta e i pesanti hangover erano sopportabili. Non solo, attraverso l’arte di Dostoevskij, Bukowski era stato capace di vedere «la morte che punta il dito».

Joe Talbot ha avuto una visione simile quando un motociclista gli è sfrecciato accanto a tutta velocità. La piccola onda d’urto è stata inversamente proporzionale a quella emotiva e lo ha spinto a ricordare i suoi mesi di addiction. L’arte ha permesso al cantante degli Idles di riflettere in maniera indulgente e comprensiva sulle nostre dipendenze, verso le quali dovremmo «concederci lo spazio per respirare e perdonare, ma anche assumerci la responsabilità delle azioni». Già da questo antefatto è comprensibile il titolo e l’atmosfera notturna di Crawler, il quarto album in studio del gruppo britannico in cinque anni e il seguito di Ultra Mono, il loro primo album a toccare la vetta della classifica UK.

Questo viaggio al termine della notte è un album di passaggio – ce lo ha confessato il chitarrista Mark Bowen – e cristallizza una band che trova una rinnovata intensità nei ritmi rallentati e nelle pause, delle crepe, attraverso cui passa una nuova luce, che non trovavano posto nell’euforia punk degli scorsi album. Non solo, perché Crawler è anche il primo album in cui gli Idles si lasciano alle spalle il sound collettivo della band e ridisegnano la propria identità attraverso un ventaglio sonoro più amplio.

The Beachland Ballroom aveva preparato l’ascoltatore: una ballata disperata in cui Talbot si scopre crooner intenso e graziato dal calore del soul. Addentrandoci in Crawler la tavolozza si arricchisce. Già il brano di apertura MTT 420 RR, una seduta psicanalitica musicata dai Massive Attack, basterebbe a comprendere quanto la band abbia scavato intorno per arricchire un sound granitico e potente. Ma le venature kraut di Meds, quelle glam di Crawl e l’ombroso post punk di When The Lights Come On si intrecciano lungo i tre quarti d’ora di durata, mettendo in mostra tutte le fragilità dell’animo umano ma, soprattutto, l’importanza di perdonare noi stessi, prima ancora di farlo con gli altri.

Gli Idles non sono mai stati una band banale e, allo stesso tempo, hanno sempre tenuto fede al concetto della gioia come atto di resistenzaCrawler non è un album potente come Ultra Mono ma è ugualmente importante perché lascia presagire le vette che la band può toccare continuando a esplorare il suo sound. Come Bukowski ha fatto con Dostoevskij, ci ritroveremo a ringraziare Talbot e compagni.

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