Recensioni

Il pop, si sa, opera in modi misteriosi ed Ed Sheeran, volenti o nolenti, è uno che flirta con la parte alta delle classifiche fin da + Plus (2011). Lo fa grazie al potere del romanticismo stomachevole da saccarina spruzzata negli occhi che fa presa un po’ dappertutto, fra Gen Z e adulti in cerca di emozioni usa e getta. Con ogni probabilità Equals (stilizzato in “=” per mantenere la metafora matematica), il quarto album di inediti, calcherà le orme commerciali dei predecessori (45 milioni gli album finora venduti nel mondo), venderà tantissimo, il suo tour sarà un successo planetario e i suoi singoli saranno la punta di diamante di tutte le stazioni radiofoniche.
La formula, d’altro canto, è semplice. Dare alla gente quello di cui la gente ha bisogno, confetti pop di una semplicità impressionante, fatti di cliché, sentimentalismi Disney e una scrittura da Baci Perugina. Il pubblico generalista vuole stare comodo, fare un rapido zapping alla TV, farsi raccontare storie facili con le quali identificarsi. Ancora meglio se a raccontarle è un bravo ragazzo di provincia (ora padre di famiglia), con la faccia pulita e una forte educazione cattolica, nulla può andare storto. Se poi quel ragazzo è anche il protagonista di quella che i media definiscono una grande “favola” dal busking al palco di Glastonbury, il successo è presto servito.
A partire dall’ultimo ÷ Divide, Sheeran ha iniziato un percorso di rebranding per risultare più appetibile alle nuove generazioni. Alle ballate chitarra e voce è stato affiancato gradualmente un groove dance pop, al punto che ora è più facile ascoltare Sheeran in un club che da Starbucks. Il gioco non sposta di troppo gli equilibri, ma ci lascia confusi: da che parte sta Sheeran? Dalla parte dei brani club-friendly come Shape of You e le nuove Bad Habits e Shiver o da quella dei pezzi lirici, melensi e strappa-cuore tipo Thinking Aloud? Le scelte musicali personali non sono certo da stigmatizzare, ma il dubbio sorge quando, pur scuotendo le pedine, la qualità rimane bassa. È vero, il Nostro è uno che conosce il business musicale e, di conseguenza, sa creare canzoni pop da classifica. Ma, quando si tratta di sfornare un album, le cose devono essere calibrate diversamente. Il risultato, altrimenti, è quello che si ha in Equals.
L’ultima fatica è, infatti, un album confuso, senza una direzione precisa. Spiccano i singoli Bad Habits e Shivers, brani dal gusto dance che, se hanno il pregio (?) di essere tormentoni radiofonici istantanei, hanno anche il problema di essere dannatamente ripetitivi e, in fin dei conti, poco interessanti. Collide e 2step condividono gli intenti dei due singoli, l’una, attraverso uno stile sognante e un songwriting molto pigro, l’altra, attraverso un crossover rap-pop degno del peggior Justin Bieber. Non è certo con questa patina trap contemporanea che Sheeran riuscirà a trovare un’identità più definita.
Identità è, dopotutto, la parola chiave per comprendere Equals, un album che ne è assolutamente privo. The Joker And The Queen, per esempio, è l’ennesima versione della fiaba Disney, in cui la principessa riesce a vedere al di là delle apparenze e si innamora dello sfigato di turno. Auto-commiserazione pura servita su un vassoio acustico, in una ballata che potrebbe risultare digeribile solo su un palco del West End. Stesso destino ha First Times, che si candida ad essere il brano prediletto dai fidanzati di tutto il mondo per le loro proposte di matrimonio. Folk-pop ultra manierato da violini e atmosfere pronte ad acciuffare quelli dalla lacrima facile.
Nel pendolo che oscilla fra il club beat uptempo e la ballata melensa, qualche brano risulta più audace. L’opener Tides è un folk-rock basilare che ricorda il peggio dell’indie-folk contemporaneo (Mumford & Sons, Lumineers, Of Monsters And Men), mentre Overpass Graffiti profuma di retromania 80s, salvo poi contaminarsi con la solita retorica da diario privato di un adolescente in preda a turbe amorose. Non manca, in questa novera di brani con mezzo piede fuori dalla comfort zone, un salto nel mondo delle boy band degli scorsi decenni. Leave Your Life ricorda i Westlife, il country di Love In Slow Motion sembra uscito dalla penna dei Boyzone di Ronan Keating, la già citata Tides è anche un riferimento agli One Direction.
I problemi di Equals sono tanti. Il branding è preferito all’integrità, lo studio delle tendenze di mercato alla fregola artistica, i singoli a un’idea di album che non sia cestone per le playlist degli autogrill di Spotify. L’album è giusto per un mondo in cui inoffensivo, ripetitivo, rassicurante sono sinonimi di perfezione. È, insomma, il palliativo di cui il pubblico ha bisogno, l’ennesima crociera pop che solca i mari del tardo capitalismo, senza più ghiacci e barconi a fermarne il percorso.
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