Recensioni

Eravamo rimasti alla lucidissima sintesi di GREY Area: un panzer impressionante per completezza, ricchezza di spunti e qualità racchiusa in meno di 4o minuti. Tanto quel primo vero exploit di Little Simz era minimale negli arrangiamenti e nel sound “suonato” – tanto che l’avevamo definita una «Loyle Carner più cazzuta», quanto questo nuovo lavoro va a parare da tutt’altra parte. Sometimes I Might Be Introvert (acronimo di Simbi, il vero nome della rapper) spinge a tavoletta sul pedale dell’ambizione: grandeur, magnificenza delle produzioni e riferimenti culturali sono su un ordine di grandezza completamente differente dal predecessore. Si sente tutto già dall’opener (e manifesto d’intenti) Introvert, con le sue rullate di tamburi e fanfare di archi e ottoni, i suoi cori quasi gospel e continui saliscendi emotivi. Un pezzo che trasuda epicità da ogni soluzione adottata, tanto che in alcuni momenti sembra di ascoltare la colonna sonora di un qualche Rocky. Qui Simz esplicita la sua poetica nel rapporto tra il suo essere artista, donna («I’m a black woman and a proud one») e – appunto – introversa, e una contemporaneità complessa e mai limpida: «I’m not into politics, but I know it’s dark times».
Anche nella successiva Woman, carrellata omaggio a diverse figure femminili, le impressioni si confermano: se qui la ricetta di base è ancora più soul e visceralmente black, poco ci vuole perché sullo sfondo si stagli il consueto drappeggio d’archi. Altrove si torna a respirare un po’ più di hip hop in senso stretto: spunta qualche sample gustoso (The Agony and the Ecstasy di Smokey Robinson in Two Worlds Apart), oppure la ragazza si muove su un crinale à la Kanye West altezza College Dropout (vedi i coretti infantili di Little Q); Standing Ovation invece guarda al Jay-Z del black album con tanto di riflessioni su fama e vita privata. Momenti che qua e là tornano a guardare a GREY Area comunque non mancano: su tutti Speed, banger a base di rullate di tom suonati a mano e synth tagliati al laser, e il ruvido grime old-school di Rolling Stone. Episodi a cui fa da contraltare lo scarno intimismo di I See You, oppure la volontà di ampliare la palette spaziando altrove: perché le sorprese non mancano, specie nella seconda parte della tracklist. Protect My Energy puccia i piedi in una nostalgia a base di synth-pop anni ’80, seguita da un dittico che guarda all’Africa: l’irresistibile Point & Kill, tra le cose migliori in scaletta con il suo groove contagioso a metà tra ancora il Kanye di Fade e tutta una serie di infiltrazioni afrobeat, ma anche Fear No Man profuma forte di Fela Kuti.
Insomma, c’è di tutto un po’ nei 19 brani. Se quindi nel disco precedente la chiave di volta era un’asciuttezza estrema, qui abbiamo tra le orecchie un lavoro dalle aspirazioni più “totali”, anzitutto da un punto di vista musicale. I punti di debolezza sono chiaramente l’eccessiva lunghezza, che di certo non aiuta a stemperare i diversi interludi che periodicamente spezzano la narrazione, e il filo di pesantezza che questa maestosità d’intenti in diversi brani alla lunga può comportare. È però chiaro che se messo a inevitabile confronto con i dischi di Kanye e Drake, usciti negli stessi giorni e altrettanto – se non più – logorroici, quello di Little Simz è un album che vince agilmente il confronto su tutta la linea.
Nella lunghezza della tracklist gli sprazzi di talento assoluto sono ancora tanti ed evidenti; inoltre, a differenza dei colleghi citati, le cose da dire non le mancano: per quanto a sua volta molto autoreferenziale, il rap di Simz è fulgido e capace di affondare la lama senza rimorsi, e sa farsi anche sgradevole quando l’occasione lo richiede; ad esempio, nella dolorosa I Love You I Hate You il confronto a distanza con un padre latitante è condotto con barre come: «Is you a sperm donor or a dad to me?». Quindi brava a prescindere, perché a summa di tutto la conclusione non può che essere che con questi mezzi a disposizione, è anche giusto provare a osare fino in fondo.
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