Migliori album 2023. La classifica di SENTIREASCOLTARE
-
sentireascoltare
- 27 Dicembre 2023
Lo abbiamo visto all’interno e all’esterno, nelle classifiche dei collaboratori e in quelle stilate delle maggiori testate specializzate e dagli online record store. Ogni lista presenta un podio (anche parecchio) differente dall’altra e sebbene i titoli ricorrenti non manchino, il loro ordine non è mai lo stesso, anzi, talmente diverso da realtà a realtà da sembrare casuale. Non parliamo di chart prodotte osservando i dati di vendita ma di quelle che premiano la qualità sui numeri, e parliamo di liste, gerarchiche come no che, giocoforza, non presentano un genere ma tanti generi e stili differenti prodotti da una altrettanto variegata umanità. La nostra non è differente. E non è meno paradossale, figlia com’è di un’epoca post-ideologica dominata dallo streaming, fatta di troppa musica ovunque e subito, di troppe cose – anche ottime – il cui tempo di ascolto non è mai adeguato a quanto necessiterebbero.
La qualità vivaddio c’è – e di seguito abbiamo 50 buoni esempi sui duecento che abbiamo catalogato lungo il 2023. Ma che dire del ciclo di ideazione, produzione, promozione, ascolto, scrittura, dibattito a cui la musica fatta e ascoltata è oggi sottoposto, del ritmo di creazione e pubblicazione e di fruizione e divulgazione. Un tasso di crescita pari alla frammentazione dell’offerta stessa e alla distanza, sempre maggiore, tra chi, musicista come giornalista o cultore, può permettersi risorse, tempo ed energie da dedicarvi e chi invece deve sgomitare per ottenerlo, rubandolo ad altri ambienti che di appetibile hanno, se non altro, la remuneratività.
Vivere di musica – e non è una novità – è diventato un lusso per pochi. Praticamente nessuno in questo Paese riesce a mantenersi con la sola produzione di scritti musicali, che alla meglio diventa un secondo, terzo o quarto lavoro. Una passione da mandare avanti nei ritagli di tempo. E non un tempo qualunque ma compresso, strattonato, sottoposto a una molteplicità di stimoli/interfacce, fatto certamente di scelte personali e – per chi opera nel settore – di gentili richieste da parte di terzi (musicisti, editori). In ogni caso un tempo da dedicare a musica registrata in bit la cui (social) life si è ridotta alla settimana, lo standard a cui un album può (sperare di) durare, che tu ti chiami Rolling Stones o Alabaster dePlume.
Il momento delle classifiche di fine anno corrisponde al disvelamento di questo stato delle cose. Ci si arriva sempre un po’ impreparati, consapevoli di non aver ascoltato abbastanza, impossibilitati a farlo per mancanza di tempo, energie e finanche desiderio. Il rischio è quello di ritrovarsi a elencare come memorabili musiche esistite nei news feed, prodotti che hanno lasciato un segno tanto più profondo nella nostra memoria quanto più sono stati in grado di dividere le opinioni di chi li ha ascoltati.
Musiche privilegiate – e lo vediamo a livello macro globale con i Måneskin – che sono riuscite a godere delle risorse necessarie per emergere dall’enorme blob delle pubblicazioni discografiche digitali, di accendere la miccia e generare una reazione (di buzz/commenti) a catena, tanto più se la discussione approda al jackpot di eterne dialettiche su autenticità/falsità commisurate a successi meritati/immeritati.
Le classifiche di fine anno – che seguano la logica dei numeri o di non altrettanto oggettivabili qualità – sono lo specchio dell’oggi. Rispondono – e lo scrive bene Stefano Solventi in un editoriale – a un bisogno di appartenenza più che di magnificazione di una qualità sempre più relativizzata e frantumata in generi e stili via via percepiti come scomodi a cui, appunto, non ci si sente di appartenere.
Sta qui il punto, se il motore della conoscenza è un desiderio anestetizzato da un sistema che intende appagarlo nell’istante in cui si manifesta, finendo per sostituirlo con il bisogno di far parte di un qualcosa, colmando cioè di senso social(e) un oggetto altrimenti inconoscibile. Ecco che (ri)coltivandolo possiamo orientarci verso musiche e espressioni artistiche che se lasciate respirare nei nostri padiglioni auricolari sono ancora in grado di creare piccoli/grandi piaceri e fors’anche qualche sconvolgimento.
Sono musiche che magari non sono più, come in passato, capaci di raccontare e rappresentare il presente come quelle di un tempo (ormai lontano), ma non ancora disinnescate dell’urgenza della creazione. Sono spesso disallineate, strane o weird come direbbe Fisher, figlie di commistioni familiari ma dall’esito ribaltato, stravolto. Ma anche musiche assolutamente conformi ad un canone – vedi i Lemon Twigs – figlie delle retromanie del caso, e ancora in grado di accedere a quella merce rara che è la composizione in formato canzone, quella capacità di metter le parole in armonia e melodia, incastrare strofe, bridge e ritornelli. Sono musiche nuove ma sono anche musiche vecchie perché il segreto sta nel desiderare ciò che si ha, certo, nell’incantesimo di (ri)trovarlo nelle forme e nelle sostanze di un presente mai svelato e conoscibile.

50. Daniela Pes – Spira
Spira, l’album di debutto di Daniela Pes, con la produzione artistica di IOSONOUNCANE, è un affascinante quanto complesso esperimento musicale e filologico: tutto il disco è infatti incentrato su enigmatiche e suggestive esecuzioni vocali, tessute su pattern elettronici e linee di chitarra acustica, cantate in una lingua inesistente, un mix di antiche parole galluresi, frammenti di termini italiani e vocaboli totalmente inventati.

49. boygenius – the record
boygenius sono Julien Baker, Phoebe Bridgers e Lucy Dacus, al primo album assieme con “the record”. In queste tracce l’unione fa davvero la forza, con un songwriting di indie rock anti-patriarcale efficace tanto nella resa quanto nella sinergia di base e nel conseguente impatto emotivo. Se le scrivono, se le cantano e se le indirizzano l’un l’altra.

48. Kevin Morby – More Photographs (A Continuum)
This Is A Photograph è stato uno dei dischi migliori del 2022, e senz’altro una tappa molto importante nel percorso artistico di Kevin Morby. Un lavoro talmente denso e ricco che il suo autore, in una mossa inusuale, ha voluto dare un’ulteriore chance ad alcune di quelle canzoni e dei temi affrontati nel disco. Pur contenendo alcune versioni alternative, il disco è qualcosa di più della solita appendice di b-sides e outtakes: nove tracce per la durata complessiva di quaranta minuti, che fanno di questo mini un album effettivo, che completa il fratello maggiore, a partire dall’ulteriore rielaborazione della title track.

47. The WAEVE – The WAEVE
Il sorprendente debutto del duo costituito dal chitarrista dei Blur e la cantautrice londinese è molto più della somma delle singole parti: un racconto di scoperta reciproca attraverso le più disparate influenze, dall’elettronica vintage al post-punk, dal folk al soul. La costruzione di un dialogo a due, un viaggio dall’ombra alla luce che sa di “labour of love”.

46. Colleen – Le jour et la nuit réel
Il ritorno di Cécile Schott con l’ottavo album sotto il nome di Colleen coincide con il primo disco completamente strumentale dai tempi di Les ondes silencieuses. Questa volta l’artista s’immerge nel caldo suono sintetico, allineandosi di fatto al trend avant-analogico.

45. Marta Del Grandi – Selva
Con il suo secondo album per la britannica Fire Records, la cantautrice milanese – ma cittadina del mondo – trova finalmente una sua identità, mescolando abilmente folk e ambient, con un approccio contemporaneo e una voce cristallina.

44. Marlene Ribeiro – Toquei no Sol
Un mondo sonoro che è misterioso e affascinante, multicolore e iridescente, arcaico quasi come fosse fuori dal tempo e affascinante; di quel fascino ambiguo, misto di eccitazione e timore, che si può provare perdendosi nella foresta amazzonica. L’esordio in solo dell’artista portoghese è un vero e proprio travelogue psichedelico.

43. Sigur Rós – ÁTTA
Un album che nasce dalle lacerazioni del presente, si mette in moto introspettivo e proietta in direzione dell’estasi. Fra tensione verso l’infinito e finitezza dell’essere, i colori vanno in fiamme. Nella reazione che innesca all’ascolto, la sua grandezza sta nell’avvolgere tanto la disillusione quanto la necessità di tornare a “sentire qualcosa”, somewhere over the rainbow, tra post-rock e ambient, sperimentazione, melodia e un sound spazioso, se non maestoso come mai prima d’ora, con la presenza della London Contemporary Orchestra
42. Baustelle – Elvis
Un ritorno al rock più nello spirito che nelle forme, in ogni caso guardando più ai primi torbidi Settanta che agli Ottanta dei primi lavori. Il nono album dei Baustelle ce li riconsegna convinti, ispirati, spietati.
41. Emma Tricca – Aspirin Sun
Con il quarto album, la cantautrice italiana naturalizzata londinese approda alla gloriosa Bella Union e si avvale di collaboratori Jason Victor (Dream Syndicate) e Steve Shelley (Sonic Youth). Una consacrazione annunciata, tra folk, poesia, intimismo e psichedelia.

40. Algiers – Shook
Prendendo il post punk degli esordi e immergendolo in un mare di sample e voci, elettronica e jazz, soul e spoken word, Shook è un disco che raccoglie la complessità e l’approccio concettuale di There Is No Year portandolo verso l’immediatezza di The Underside of Power.

39. jaimie branch – Fly or Die Fly or Die Fly or Die ((world war))
Uscito postumo a un anno dalla sua prematura scomparsa, Fly or Die Fly or Die Fly or Die ((world war)) è il disco che consacra jaimie branch a un ruolo di assoluto primo piano nella scena jazz americana contemporanea più imbastardita: qui da psichedelia, folk, elettronica, kraut e un desiderio quasi indomabile di espressione.

38. Bud Spencer Blues Explosion – Next Big Niente
Probabilmente questo è il loro capitolo più estremo, sfasato, psicotico, ma sembra scritto di getto benché frutto di continui ritocchi figli non di persistente arrovellamento della valvola pineale ma di una pregnanza di idee come mai prima d’ora. Un’equazione per aggiunte, un trip psichedelico dalle traiettorie sghembe, inaspettate.

37. Colapesce e Dimartino – Lux Eterna Beach
Un lavoro più a fuoco rispetto al predecessore, apparentemente intenzionato a superare i limiti del pop radiofonico contemporaneo. Forse rimane a metà del guado, ma ha almeno il merito di provarci con padronanza e ispirazione.
36. Loraine James – Gentle Confrontation
La producer londinese continua a psicanalizzarsi in musica con gli strumenti di una cifra ormai ben riconoscibile al confine tra glitch e r’n’b, jazz e hip hop. Ne esce un disco umbratile e notturno stagliato su un aspro dedalo urbano che – al netto di qualche divagazione di troppo – trova la quadra proprio nell’incastro tra queste componenti.

35. Billy Woods & Kenny Segal – Maps
Squadra che vince non si cambia, Billy Woods torna a fare coppia con Kenny Segal nell’album Maps, a quattro anni di distanza da quel Hiding Places che rimane saldamente uno dei migliori album rap della seconda metà degli anni Dieci.

34. Slowdive – everything is alive
La band torna ai fasti di quel primo e ormai lontano “Just For A Day” che più di tre decenni orsono fece gridare al miracolo. Le premesse racchiuse nel lead single portavano a uno splendido equilibrio tra wave e dream, 80s e 90s. L’album le conferma: se tutto è ancora vivo, loro lo sono alla grande.

33. Matana Roberts – Coin Coin Chapter Five: In the garden
Sul piano strettamente musicale, anche questo quinto capitolo continua a tenere ben dritta la barra verso l’orizzonte ideale formato da Ornette Coleman e Anthony Braxton, con stella polare a indicare la via l’Art Ensemble di Chicago di Roscoe Mitchell (i due hanno anche suonato insieme nella Exploding Star Orchestra messa insieme nel 2013 da un altro jazzista chicagoano, Rob Mazurek). Oltre al (free)jazz in senso stretto, Matana Roberts inserisce anche momenti spiccatamente gospel che acuiscono l’aspetto liturgico e catartico di alcuni passaggi e un costante riferimento alle marching band.

32. Forest Swords – Bolted
Il terzo album di Matthew Barnes imbullona i suoi input del terzo tipo su reperti archeologici-sonori di civiltà perdute, in una continua sospensione tra futuro e passato. Il risultato è imponente, più claustrofobico che mai, nondimeno estremamente compatto. “Bolted” genera così una natura tutta sua, riscrive a suo modo la storia, ma di questa realtà alternativa rende disperatamente prigionieri.

31. Blonde Redhead – Sit Down For Dinner
Decimo album nella cornice di una storia trentennale, “Sit Down For Dinner” segna l’ennesimo cambiamento nella continuità per il trio newyorkese. Lo spazio da abitare si focalizza sulla cucina per ricette dream pop-rock al solito a base di minimalismo arty, estrema eleganza e geometrie irregolari. Un ascolto da assaporare pian piano per assimilare con gusto. Il miglior piatto di Kazu Makino e dei gemelli Pace, questo, da far girare sul lettore da vari lustri a questa parte.

30. Rian Treanor, Ocen James – Saccades
Nato in seguito a una residenza di Rian Treanor nel quartier generale di Nyege Nyege a Kampala, Saccades è il disco che vede il producer collaborare e dialogare con il violinista Acholi Ocen James. Gli acholi, popolo originario dell’odierno Sud Sudan, hanno vissuto anni di tremenda persecuzione a cavallo del nuovo millennio, emarginati e deportati dalle forze del governo centrale ugandese.

29. Yo La Tengo – This Stupid World
Tra deliri noise, cupe cavalcate kraut e malinconie assortite sulla scia di un etereo dream pop, il trio originario di Hoboken torna con una prova più che convincente che fotografa un momento storico in una chiave personale e fortemente riconoscibile.

28. L’Rain – I Killed Your Dog
Il nuovo disco di L’Rain vuol essere un passo in una direzione meno “sperimentale” per la cantautrice statunitense: affrontando in maniera schietta uno dei temi più inflazionati, quello della fine delle storie d’amore, forse non riesce del tutto nel suo intento. Ma, oltre al concetto, è pieno di pezzi davvero riusciti. In definitiva: che importa?

27. Depeche Mode – Memento Mori
Rimasti un duo dopo la morte di Andy Fletcher, Dave Gahan e Martin Gore rivendicano il ruolo dei Depeche Mode nel panorama contemporaneo con un disco potente e a fuoco, nel solco delle prove recenti, non privo di nuove, riuscite collaborazioni e alcune sorprese.

26. Grian Chatten – Chaos For The Fly
Il primo disco solista dell’artista irlandese Grian Chatten non è un prematuro addio ai Fontaines D.C., bensì un’ulteriore conferma della qualità del suo songwriting. Nelle trame di “Chaos For The Fly” Yeats e Joyce rincorrono Nick Drake e Morrissey su una spiaggia irlandese in piena notte.

25. Martyna Basta – Slowly Forgetting, Barely Remembering
Slowly Forgetting, Barely Remembering è un affascinante viaggio tra il sonno e la veglia, attraversato da texture elettroacustiche in cui zither, ipnotici loop alla chitarra e sussurri intessono un impalpabile gioco di luci e ombre.

24. Lathe of Heaven – Bound By Naked Skies
Fra la fantascienza di Ursula Le Guin e Arthur C. Clarke, fra il revivalismo post punk e il goth hardcore anni Ottanta, si colloca l’atteso debutto della band newyorkese, che riesce nell’impresa di ingerire e processare in maniera personale gli elementi più interessanti di questo genere e ci regala uno dei debutti più belli dell’anno.

23. Fire! Orchestra – Echoes
Un mastodonte di due ore suonato da una orchestra di 43 elementi che al meglio rappresenta la summa di tre musicisti in stato di grazia con una visione totalizzante e aperta della nozione di jazz. Non solo, l’album più eccitante della “rinascita” del genere di questo ultimo decennio.

22. Lemon Twigs – Everything Harmony
Il nuovo album dei Lemon Twigs è un saggio di (folk/psych) pop d’annata ottimista e positivo rivolto a (improbabili) radiosi scenari futuri e in cui i fratelli Brian e Michael D’Addario paiono prendere spunto da Nanni Moretti, alzando lo sguardo verso il “Sol dell’avvenire”. “Happy to go blind”, come cantavano gli U2 in “Staring At The Sun”.

21. Mandy, Indiana – I’ve Seen a Way
L’album d’esordio della band inglese Mandy, Indiana miscela violenza in distorsione, ritmo geometrico e catarsi da punto di ebollizione, cantati-spoken word in lingua francese, noise, industrial, post-punk, techno, riot-dance da paura e sperimentazione. L’impatto è forte, nel sound e nell’efficacia dell’anti-messaggio sociopolitico. “i’ve seen a way” si cala nella distopia totale che è oggi, vi si immerge, frantumandosi nel nuovo avvento multi-forma del fascismo, ma anche deflagrando già come uno dei migliori dischi del 2023.

20. Niecy Blues – Exit Simulation
Primo album per la giovane Janise Robinson, in arte Niecy Blues. La sua missione è quella di espandere le radici della musica black, come faceva il delay sulla chitarra del coro gospel dove cantava da bambina.

19. Laurel Halo – Atlas
Nelle viscose, cinematiche composizioni risolutamente ambient di Atlas, la musicista originaria di Ann Arbor sembra alludere alla propria discografia con una sorta di giocoso distacco. Sommergendo voci, strumentazioni e archi pescati da archivi di library music in un’allucinatoria coltre sonora, ha dato corpo al suo disco al contempo più omogeneo e inscrutabile

18. Everything But The Girl – Fuse
Con una prova che sembra riprendere il discorso dove si era interrotto ventiquattro anni fa, Tracey Thorn e Ben Watt cercano di catturare lo spirito del tempo in cui viviamo, riflettendo su esistenze in bilico che sono poi quelle di tutti noi.

17. ĠENN – unum
unum è l’album d’esordio della band anglo-maltese ĠENN, volto a una contemporaneità priva di barriere – architettoniche, sonore, sociopolitiche, esistenziali… Un poderoso atto di escapismo, altamente consigliato, tra post-punk, jazz, sperimentazione e influenze mediorientali.

16. Richie Culver – Scream If You Don’t Exist
Scream If You Don’t Exist, urla se non esisti. E di urla, statene certi, nel secondo album di Richie Culver non se ne sentono. Ci ritroviamo nel peculiare mondo sonoro abitato dall’artista originario della periferia di Hull, nel Nord del Regno Unito. I Was Born By The Sea, recitava lui in modalità spoken word / urban poetry nel debut dello scorso anno, un ritratto a tinte fosche, dicevamo, di una contea senza sbocchi né futuro, che non ha fatto sconti a nessuno, specie alla working class. Aspro, duro, sporadicamente abitato dai detriti di una rave age ormai sepolta sotto il peso di recessioni economiche e esistenziali, era quel disco, e altrettanto tosto e impervio si mostra questo seguito.

15. Tirzah – trip9love…???
A sentir lei, le composizioni prodotte per trip9love…??? farebbero capo a un’unica lunga canzone (di una trentina di minuti). Ciascun elemento costitutivo viene di fatto replicato, eppure ricondotto, con sufficiente personalità e variegato approccio, a un’impronta canora consistente e prismatica, un delicato salmodiare che qui s’aggira per architetture gotiche, con immutato fascino (che cresce ad ogni ascolto).

14. Oneohtrix Point Never – Again
Oggetti inanimati, scenari fantastici ancor prima che fantascientifici, il mondo delle colonne sonore e della contemporanea, un break sul canale (d’orchestra) che non molla la presa su un mondo immersivo e psichedelico. OPN è ancora qualcosa di meravigliosamente strano e imprendibile. Un disco che nella sua capacità di accogliere e sfuggire allo sguardo conferma talento e genio del suo autore.

13. Melanie De Biasio – Il Viaggio
Melanie De Biasio torna dopo cinque anni con un disco complesso, maturo e profondissimo in cui affronta le proprie origini italiane, la migrazione, l’incertezza dei rapporti umani a distanza. Al suo classico jazz notturno, qui si sommano l’ambient più organica, il folk ancestrale e il collage sonoro di field recording in un disco dalla lunghezza sterminata me che non ti vuole più far uscire

12. Slauson Malone 1 – Excelsior
Excelsior è il secondo album “strutturato” di Slauson Malone 1, nome d’arte di Jasper Marsalis. Il ragazzo, classe ’95, nato a Los Angeles, è noto come innovatore, sperimentatore, artista multi-disciplinare con il collettivo newyorkese Standing on the Corner. Il debutto su Warp ha un’anima turbolenta fatta di bozzetti fra l’elettronica e il post-rap, a metà fra King Krule e Laurie Anderson.

11. Kelela – Raven
In RAVEN Kelela raggiunge una magnetica sintesi di R&B, club e ambient senza eguali nel panorama odierno, un album che unisce a banger e sensuali slow jam alcune delle sue composizioni più avventurose di sempre.

10. Anohni – My Back Was A Bridge For You To Cross
A sette anni da Hopelessness, torna Anohni con un album che guarda al soul di Marvin Gaye, senza rinunciare a ebbrezze jazzy e brume blues-rock. Canzoni accorate, rarefatte e febbrili che affrontano temi di stringente attualità, tra le quali trova posto un commovente omaggio a Lou Reed.

09. Fever Ray – Radical Romantics
Il mito dell’amore romantico, oggi, secondo Fever Ray, al terzo album in proprio nel nome di un synthpop fuori da ogni convenzione, tra nuovi instant classic, senso del grottesco, forti rimandi interni all’era The Knife e nuove collaborazioni (Nine Inch Nails, Vessel).

08. PJ Harvey – I Inside the Old Year Dying
Assieme a John Parish e Flood, in Inside the Old Year Dying PJ Harvey delinea un microcosmo letterario e sonoro che si qualifica come uno dei capitoli più sfuggenti della sua carriera.

07. Caroline Polachek – Desire, I Want to Turn into You
Se il desiderio muove il mondo, Caroline Polachek muove il desiderio di scoprire il miglior pop oggi in circolazione. Che lei incarna in pensieri, parole e opere. Tutto, in questo secondo album da solista a proprio nome, sembra ruotare attorno alla sabbia di un’isola che è spazio ideale e idealizzato, dunque materiabilizzabile ovunque, meglio se tramite il potere a(s)trattivo della musica.

06. Squid – O Monolith
La band inglese dopo aver infiammato la critica e il pubblico con l’esordio Bright Green Field è chiamata a replicare il successo ed espandere i propri orizzonti. Ci riesce alla grande grazie a un sound decisamente imprevedibile che spazia dal post-punk al jazz, dai fiati ai sintetizzatori.

05. Blur – The Ballad Of Darren
Nel ritorno discografico più atteso dell’anno, al culmine di una reunion trionfale, Damon Albarn prende per mano i vecchi compagni di viaggio ed esplora una dimensione inedita per la musica dei Blur. Dieci canzoni sorprendenti, intime, malinconiche e ad alto tasso emotivo, che sanno raccontare la loro – e la nostra – maturità senza cedere alla nostalgia e all’autocelebrazione, regalando grandi momenti di songwriting. Un album che nasce già classico.

04. Lankum – False Lankum
Siamo di fronte a uno dei migliori dischi folk da molto tempo a questa parte, un lavoro che esce dalla logica del tempo e si candida a far entrare definitivamente nell’empireo dell’Irish folk i quattro di Dublino.

03. The Murder Capital – Gigi’s Recovery
Partiti come sulla scia del successo dei concittadini Fontaines DC, i Murder Capitals dimostrano di non essere soltanto l’ennesimo gruppo d’Oltremanica impegnato a replicare le dinamiche ormai consunte del moderno indie rock. Gigi’s Recovery è un album multiforme e sofisticato, che ha i suoi punti di forza sugli impressionistici arrangiamenti di chitarra, nell’espressività del frontman e una serie di brani che promettono di rimanere a lungo nel cuore dell’ascoltatore.

02. Piotr Kurek – Smartwoods
Arpa, clarinetto, sax e contrabbasso, un giardino zen di filamenti melodici osservato da una filigrana elettronica di fiati MIDI. Piotr Kurek, architetto sonico di stanza a Varsavia, sa come intrigare l’orecchio e attivare curiose sinestesie. Pare che questo Smartwoods, pubblicato per l’omonima label affiliata al Festival Unsound, sia stato influenzato dal grafico Jean Sariano ma più che al suo lavoro, sono i quadri di Tomasz Kowalski, autore della copertina, a rendere maggiormente l’idea di cosa stiamo ascoltando: musica che documenta la vita su un pianeta così vicino, così lontano, con un tocco mitologico e surreale.

01. Ziúr – Eyeroll
Assieme ad un manipolo di ispirati collaboratori tra rap, urban poetry e avant pop, la producer di stanza a Berlino imbastisce altri mondi intricati, violenti e claustrofobici in cui The Knife, Pop Group, Pere Ubu e Jon Hassell assistono agli ultimi spasmi di un agonizzante capitalismo.



