Recensioni
jaimie branch
Fly or Die Fly or Die Fly or Die ((world war))
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Mauro Bonomo
- 23 Dicembre 2023

Fly or Die Fly or Die Fly or Die ((world war)) è il terzo e postumo album del quartetto guidato dalla compianta jaimie branch, scomparsa nell’estate del 2022 poco prima di poter ultimare gli ultimi dettagli post-produttivi di questo lavoro, scritto e realizzato durante una residenza artistica al Bemis Center for Contemporary Arts di Omaha, in Nebraska.
Il disco è uscito il 25 agosto 2023 a un anno esatto dalla sua dipartita ed è stato ultimato con un impegno collettivo della sua band (Jason Ajemian, Lester St. Louis e Chad Taylor), della sua famiglia (in particolare sua sorella Kate) e i suoi collaboratori dell’International Anthem.
Da sempre allergica a rigide catalogazioni la tromba di Branch si muove in uno spazio di libertà creativa che l’ha portata ad estendere il proprio spettro di indagine dal jazz più obliquo (free, post(postpost)-bop, nu), alla psichedelia kraut (il suo altro progetto Anteloper), persino al dub nella recente apparizione al fianco di Kevin Martin. Questo terzo disco si pone per forza di cose come lascito, sia pur involontario nelle premesse, di un percorso eclettico durante il quale la trombettista statunitense ha seminato molto di più di quanto abbia potuto raccogliere.
Sulla coda di un’introduzione per organo e tromba (aurora rising) si innestano il ritmo e le melodie est-africane di una borealis dancer animata anche dalle corde di Lester St. Louis – stessa ricetta che ritroviamo più avanti soprattutto in bolinko bass, ipnoticamente sospinta da un giro di basso che poi si trasforma in melodia per una sorta di big band e che sorregge le esuberanti divagazioni di branch alla tromba. Sembra qui di finire in un carnevale sulle rive del Mississippi, ed è attorno a quest’idea di strutturare e dare vita a suites più estese e corpose che ha preso forma il disco: lo sentiamo molto bene nella – ancora – incalzante burning grey, su un groove di contrabbasso che insieme alla batteria di Taylor costituisce un esoscheletro di imperiosa psichedelia quasi kraut: qui la nostra, come quasi mai prima, impugna un microfono e sembra lasciare un messaggio definitivo quando invita a “don’t forget to fight” e ancora più amaro quando ripete “I wish I had the time”, mentre la sua tromba torna a ruggire. Anche take over the world, quasi in chiusura e primo singolo estratto, ci consegna una branch inedita, quasi capopopolo nel guidare un’arrembante cavalcata alla moda degli – ex – sodali Irreversible Entanglements (che pure le hanno dedicato un brano nel loro ultimo lavoro).
Similmente, ma in modo più giocoso si comporta baba louie, aperta da una marimba, distesa nel mezzo in bucolici pascoli e trascinata infine in una lunga coda dilatata fin quasi al levare. C’è spazio anche per una cover dei Meat Puppets, con una versione quasi a capella della loro Comin’ Down che qui viene rallentata e diventa the mountain, trasportandoci per un attimo tra gli Appalachi e sottolineando ancora una volta l’eclettismo stilistico di branch, foss’anche soltanto un divertissement.
Fly or Die. Vola o muori, volare o morire. Impossibile non pensare insieme alla ingiustizia e all’amara perfezione del nome che il quartetto capitanato dalla trombettista americana ha scelto non solo per sé, ma anche per tutta la musica che ha pubblicato con esso. jaimie branch ci ha dimostrato con questo disco definitivo che quella tra volare e morire non era una scelta univoca: lei le ha compiute, ahinoi, entrambe.
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