Recensioni

Non occorre essere nostalgici cronici degli anni Dieci per ricordare il primo mixtape di Kelela Mizanekristos CUT 4 ME, uscito nel 2013, come una delle più lungimiranti uscite del decennio. Pur non essendo considerato il primo album ufficiale di Kelela – Take Me Apart, il debutto su Warp, sarebbe arrivato solo nel 2017 – CUT 4 ME enucleava una visione artistica che guardava al futuro, una sintesi di R&B e club music sperimentale di cui Kelela è diventata una vera e propria icona.
Concepito in gran parte assieme ai produttori delle etichette “gemelle” Fade To Mind e Night Slugs, il mixtape si ispirava tanto a sonorità UK garage quanto alle produzioni 00s più spigolose di un Rodney Jenkins. Le interpretazioni vocali di Kelela dominavano con scioltezza i brani più melliflui come quelli più appuntiti, come se dai fugaci incontri di R&B e hardcore continuum in The Velvet Rope di Janet Jackson fosse germinata un’intera, nuova estetica.
Accompagnato da un impianto narrativo improntato alla rinascita, RAVEN ripesca gli estremi di quell’intuizione dieci anni dopo, forte di un’esperienza tra alti e bassi nell’industria musicale da cui Kelela riemerge ancor più motivata a mantenere intatta la propria visione. Se già nell’ottimo Take Me Apart Kelela ricercava un range più radiofonico senza mettere in secondo piano il lato più ruvido del suo lavoro (Arca, Jam City, Ariel Rechtshaid e Kingdom tra i produttori), in RAVEN l’artista raggiunge una magnetica sintesi di R&B, club e ambient senza eguali nel panorama odierno, un album che unisce a banger e sensuali slow jam alcune delle sue composizioni più dinamiche e avventurose di sempre. Non è forse un caso che a coordinare la nutrita lista di co-produttori (LSDXOXO, Yo Van Lenz, Florian TM Zeisig, Acemo e Bambii, tra gli altri), sia proprio Asmara del duo Nguzunguzu, figura trainante in CUT 4 ME e co-autrice dell’inaspettato mixtape ambient del 2019 Aquaphoria, in cui Kelela improvvisava allucinatorie strofe e melismi su brani di Aphex Twin, Autechre, Oneohtrix Point Never e Visible Cloaks, tra gli altri.
Immagini acquatiche dominano incontrastate su RAVEN, quasi a battezzare una nuova fase creativa in cui l’artista, più che in passato, rende esplicito il proprio debito con le radici Black Queer delle proprie influenze e della musica dance in senso lato. In alcune interviste, Kelela ha parlato di un problematico senso di sdoppiamento generato dalla ricezione della sua musica, tendenzialmente apprezzata per il suo lato più sperimentale da un pubblico bianco e associata alla musica Black per via della sua componente performativa di matrice R&B. Complice un posizionamento strategico dei brani, alcuni dei quali procedono senza soluzione di continuità come in un mix, RAVEN riesce nel tentativo di liquefare barriere di genere e “gusto”, presentandosi come un lavoro assieme dinamico e coerente, in cui sonorità d’atmosfera (si ascolti la lugubre Divorce, co-prodotta da Florian TM Zeisig, in cui Kelela canta «Fighting the tide / Now I’m drowning») e scorribande house (l’infuocato j’accuse Bruises, prodotta da LSDXOXO) vengono messe a servizio dello storytelling intimistico di Kelela, anziché presentate come mondi paralleli alla ricerca di pastiche concettuali.
Incorniciato dalle due variazioni semi-improvvisate Washed Away e Far Away, trainate dai crepuscolari synth del duo ambient Yo Van Lenz e dagli ansimanti virtuosismi vocali di Kelela («The mist / The light / The rain that pours») RAVEN scorre liscio e assieme si lascia riscoprire ad ogni nuovo ascolto. A riprova di questo forse senso di coerenza stilistica, brani di facile presa come Happy Ending, On The Run, Contact e Enough for Love, anziché ricavarsi il proprio spazio di singoli/hit a se stanti, si apprezzano al meglio in relazione all’insieme, impreziositi dalle dinamiche emotive e sonore di un unico percorso di autoscoperta e affermazione. Più che in Take Me Apart, persino i testi di Kelela, a primo avviso concentrati sul racconto di specifiche relazioni amorose, finiscono per acquisire un significato più metaforico e aperto all’interpretazione.
I brani al cuore dell’album esemplificano questo fenomeno al meglio. In Contact Kelela si prepara a una nottata di clubbing al suono di penetranti kick e influenze jungle, suggerendo un euforico scenario da post-lockdown («Loneliness I see in your eyes / It might Just render you blind / Been getting harder these days»). Prima che queste energie possano raggiungere l’atteso punto di sfogo, Contact sfuma in Fooley, un viscoso brano trainato da oscuri bassi e l’ombra di un ripensamento («Far away from / submerged sound / Far away from / Submerge now»). L’eccellente tuffo nell’ambient Holier, a seguire, introduce un lungo detour introspettivo che culmina nella title-track. “Through all the labor / A raven is reborn / They tried to break her / There’s nothing here to mourn”, canta Kelela in Raven, muovendosi con disinvoltura tra scheletriche oscillazioni synth al limite dell’astratto e il dancefloor, su cui veniamo catapultati all’improvviso a mezzo di penetranti beats e fugaci accenti trance.
Non accade spesso di sentirsi spaesati dai cambiamenti di rotta di un album e assieme presi per mano da un’artista in pieno controllo della propria visione. In RAVEN è un piacere perdersi.
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