Recensioni

7.7

Al quarto minuto del brano di apertura la voce di Radie Peat tace e lascia spazio a uno spigoloso frastuono, una sorta di acufene acustico che prolunga per altre quattro minuti l’agonia insita nella storia che fino a quel momento le parole hanno provato a raccontare: il droning è sostenuto da percussioni che sembrano venire direttamente dall’oltretomba, il violino arriva solo liofilizzato, poco prima del falso finale.

Sì, perché l’orrore raccontato da Go Dig My Grave non trova, e non può trovare, mai fine: è l’indicibile. Prima di quel momento, la voce di Peat ci ha fatto seguire un padre che tornato a casa dal lavoro cerca la figlia al piano superiore. La trova appesa e già morta, un biglietto di addio che chiede di andare a prepararle la tomba, con una lapide di marmo ai piedi e una alla testa. Non una murder ballad, quindi, ma una suicide ballad pescata già mezzo secolo fa dalla leggenda del folk appalacchiano Jean Ritchie e qui posta a pietra angolare del nuovo album della band dublinese.

Non c’è soluzione di continuità tra le 12 tracce proposte nel programma, perché – sembrano dirci – la vita è ferita continua, inferta tanto dalla nostra incapacità di comprendere il mondo, quanto dalla presenza di forze oscure e malvagie che ci minacciano costantemente. Se cercate momenti di solare serenità, quindi, girate al largo.

Tre brani sono semplici collegamenti (intitolati Fugue), dei rimanenti , ben nove sono traditional che affondano la propria nascita nella notte dei tempi o brani più recenti, ma comunque entrati stabilmente nel canone davvero infinito della folksong irlandese. Da qui, da queste coordinate, non ci si muove nemmeno con le due composizioni originali, che se non ce l’avessero detto, avremmo pensato pescate da un canzoniere del XVIII secolo.

C’è una forte consapevolezza geografica e stilistica, ma quello che rende la musica dei Lankum unica è una vena dark, spesso perturbante, che si manifesta in ogni loro interpretazione. Per l’occasione, rispetto al già ottimo disco precedente, The Livelong Day del 2019, i quattro hanno raccontato che per questo nuovo disco hanno proprio cercato di allargare lo spettro sonoro che era possibile ricavare dai propri strumenti. Usando l’arco sul banjo o sulle corde del pianoforte, con una discreta sovraincisione o suonando in modo non tradizionale chitarra e percussioni, hanno volutamente esplorato maggiormente il registro alto e il registro basso di quello che il loro ensemble poteva suonare. Il risultato è che siamo di fronte a uno dei migliori dischi folk da molto tempo a questa parte, un lavoro che esce dalla logica del tempo e si candida a far entrare definitivamente nell’empireo dell’Irish folk i quattro di Dublino.

L’amore negato si trasforma in gelosia della madre nei confronti del figlio. E quindi che fare? Niente di meglio che avvelenarlo, così da impedirgli di coronare il suo sogno d’amore. È la vicenda cantata in Lord Abore and Mary Flynn, anche questa già stabile nel canone, e qui resa con un miscuglio di disincanto e ferocia che mette i brividi. Ma senza per forza entrare nei testi, talvolta atroci come nel caso del capitano protagonista di The New York Trader che confessa di aver ucciso tutta la propria famiglia mentre dalle onde dell’oceano già stanno arrivando i pirati zombie…, è spesso l’attenzione alla timbrica e allo sviluppo delle strutture musicali a dare la profondità che questi brani meritano. Prendiamo, per esempio, Master Crowley’s, l’unico senza parole. La danza sempre più indemoniata è resa più inquietante dallo staccato degli strumenti, mai liberi di legare le frasi musicali e sempre costretti da una ritmica che si fa via via sempre più ctonia, più infernale.

Anche i numeri apparentemente più dolci assumono connotati perturbanti. On a Monday Morning è un brano di Cyril Tawney che indugia sulla difficoltà, il lunedì mattina, di abbandonare il letto della persona amata per ritornare al mondo ordinario della settimana. Nelle mani di Peat e soci, il sentimento agrodolce della versione originale del 1972 diventa la concreta consapevolezza che quella notte d’amore potrebbe essere stata l’ultima. C’è forse un po’ di luce, come in Newcastle, altro brano traditional la cui origine pare sia addirittura del XVII secolo. C’è una dolcezza nel canto che lascia sperare che prima della fine, inevitabile, almeno sia stato consumato questo amore. Ma la ruvida indolenza della voce di Peat non lascia per forza intendere che sia stato così…

False Lankum è già un classico: forse non entrerà nelle classifiche di fine anno di molti siti e magazine, ma ha già il suo posto assicurato nel canone.

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