Recensioni

La discografia e i progetti paralleli della musicista originaria di Ann Arbor, Michigan Laurel Halo, da sempre suggeriscono un risoluto eclettismo e un tentativo, sempre meno verbalizzato ma non per questo meno leggibile, di sfuggire a categorizzazioni e aspettative. Che si tratti delle magmatiche selezioni elettroacustiche del suo show per NTS Awe, dei suoi folgoranti DJ set dai repentini risvolti global o delle jam session in compagnia di leggende del jazz (l’album del Moritz von Oswald Trio Dissent del 2021), l’impressione è che ogni capitolo, ogni frammento della carriera di Halo possa essere letto sia come un documento di una fase creativa che come una sorta di dissimulazione. Pur non trattandosi mai di salti nel buio o di vere e proprie inversioni di rotta (il DNA del suo disco-rivelazione del 2012 Quarantine, ha ipotizzato di recente, è forse rintracciabile in tutti i dischi a seguire), nei suoi lavori a cavallo tra jazz, elettronica e minimalismo, si intuisce la volontà di rinverdire un enigma.
Atlas, la prima uscita sulla sua etichetta Awe, rispolvera fitte sonorità orchestrali che, a ben vedere, si riconnettono sia con l’album del 2018 Raw Silk Uncut Wood che con l’ultima prova da compositrice per il cinema Possessed (2020). Eppure, complice un approccio radicale nel decontestualizzare i propri materiali di partenza sia acustici che sintetici, l’album suona tanto lontano dai risvolti orchestrali dei suoi antecedenti quanto dalle inflessioni jazz esplicitate di recente nella collaborazione con von Oswald e in maniera più interstiziale nel suo policromo album del 2017 Dust. Nelle viscose, cinematiche composizioni risolutamente ambient di Atlas, Halo sembra alludere alla propria discografia con una sorta di giocoso distacco. Sommergendo voci, strumentazioni e archi pescati da archivi di library music in un’allucinatoria coltre sonora, Halo ha dato corpo al suo disco al contempo più omogeneo e inscrutabile.
Il pianoforte, studiato da Halo in gioventù e mai del tutto abbandonato, si erge a strumento cardine e narratore onnisciente. In occasione di una residenza artistica del 2020 a Villa Aurora, Los Angeles, città in cui ora Halo risiede e insegna composizione al California Institute of the Arts, Halo ha riscoperto un legame con il piano, impiegato in solitudine per improvvisazioni e lezioni autodidatte di teoria jazz. Tra stralci di melodie e passaggi ornamentali sospesi nel vuoto (si ascoltino i quasi sette minuti dell’avvolgente title-track o il breve interludio You Burn Me) Atlas sembra catturare estemporanei momenti di “conversazione” con lo strumento, il più delle volte interrotti, sfocati o sublimati da fitte texture in cui archi e sound design tendono a sovrastare e inglobare ogni appiglio narrativo. Per quanto coerente nella sua malinconica estetica dal potenziale distensivo, Atlas affascina più la sua bizzarra propensione a fagocitare i suoi elementi più distintivi (voci, strumentazioni acustiche, flebili ritmiche e sintetizzatori) in una nebbia di dissonanze e dissolvenze.
Oltre alla propria voce e alle proprie composizioni al piano di richiamo jazz, Halo gioca a dileguare i contributi dei suoi amici musicisti, in un paradossale processo di astrazione che rende il suo album più collaborativo di sempre al contempo il suo album dal sound più solitario. In Abandon il sassofono di Bendik Giske viene relegato a suggestione acusmatica, mentre l’impressione di una ritmica industrial viene accennata in una sorta di crescendo per poi morire solo dopo pochi secondi sul finire del brano. Altrove (la rarefatta Naked To The Light, l’asfittica Reading The Air) il violoncello di Lucy Railton e il violino di James Underwood emergono con più chiarezza, per quanto costantemente adombrati da orchestrazioni sintetiche in incorporei collage che sembrano ricercare tanto una risoluzione armonica quanto l’essenza stessa dell’incomunicabilità (tra le ispirazioni dichiarate dall’artista, i film di Antonioni e le Città Invisibili di Calvino).
Nell’affascinante Sick Eros il confine tra sintetico e organico appare pressoché indecifrabile, specie quando il lento incedere del brano viene interrotto da un improvviso saliscendi di archi a 2:44 che ricorda una sorta d’interferenza da stazione radio FM. Persino il musicista londinese Coby Sey, chiamato a impreziosire con i suoi vocal il brano più cristallino del lotto, Belleville, compare per meno di dieci secondi, quasi a suggerire il desiderio di armonie ancora da immaginare. Per quanto incorporeo e monocromatico ad un primo ascolto, Atlas riesce, come i migliori dischi ambient, ad accogliere, dissolversi e incuriosire in un colpo solo.
Amazon
