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7.6

Sembra di vederla, la giovane Janise Robinson, da qualche parte in Oklahoma, che cresce frequentando il coro gospel della locale chiesa metodista, flirtando da un lato – e di rimando – con una cultura afro sempre più autocosciente e orgogliosa, dall’altro con l’esplosione mediatica dell’ r’n’b che da metà anni ’90 si impone nelle chart americane. Sembra di vederla, perché è quanto mai evidente dalla musica che raccoglie in questo Exit Simulation, primo album vero e proprio, che arriva dopo un paio di singoli tra il 2018 e il 2021.

Cultura afro, ma da una prospettiva obliqua. La giovane Robinson ha la sensibilità per il suono sospeso, per il riverbero che crea profondità e soprattutto la malia di organizzare architetture diagonali, cattedrali di vocalizzi, tappeti d’organo e frasi di chitarra effettata che ristrutturano la musica nera come se fosse fatta di tasselli di un mosaico da risistemare, ma un mosaico opaco che una volta completato, mostra le sembianze di un fantasma.

Racconta la nostra Janise, che durante le prove del coro, il suono del delay sulla chitarra, unito alle performance canore e all’eco tra le navate della chiesa sia stata la sua prima esperienza di “musica ambient” e da qui una sensazione inevitabile di trascendenza: “anche se non credevi, sentivi qualcosa”. Trascendenza è un leitmotiv del disco, anche per come è costruito e missato. Spesso le canzoni partono da una semplice, isolata, traccia sonora (il basso arpeggiato di 1111 e della title track; il fraseggio jazz di Soma; il noise ambientale di Lament), la voce arriva dopo e muta in sacro, quello che sembra profano. The Nite B4 in questo senso è uno dei brani più belli e chiarificatori del disco, nella sua malinconica voce che plana e si avvita su un loop di basso effettato.

Altre volte, tutto parte dalla voce, con armonia e arrangiamenti che si organizzano di conseguenza, vedi la pura magia di Exits, dove una visione non di questa terra viene omaggiata dall’arpa di Mary Lattimore. Non si sprecano i richiami pop. Gli accenti Massive Attack del primo singolo Violently Rooted, ancora più marcati nella trenodia trip hop di The Architect; la strizzatina d’occhio a Thom Yorke in Analysis Paralysis; il modernariato vintage di Cascade che riecheggia la Solange di When I Get Home, la drogatissima rilettura di Baduizm in U Care, con finale di coro gospel in presa diretta come da manuale primitivista.

Su tutto questo il lavoro che viene fatto con la voce è impressionante. Non solo, le ovvie inflessioni soul, ma Janise trova anche una propria via di mezzo tra i vocalizzi ultraterreni di Liz Fraser e le ectoplasmatiche inflessioni della scuola moaning di Grouper ed epigoni che in qualche modo giustificano anche la collocazione di un lavoro con questo background nel catalogo di un’etichetta nota per le proprie predilezioni ambient, come la Kranky di Chicago, che nell’anniversario dei suoni 30 anni di produzione, sembra aver trovato un altro cavallo di razza.

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