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7.5

Se nel loro caso non si può parlare di falsa partenza (visto che il precedente When I Have Fears era un album tutt’altro che disprezzabile), perlomeno vale la pena immaginare questo Gigi’s Recovery come un nuovo inizio. Si tratta di un disco importante e non solo per la band di Dublino. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’impennata di popolarità per Fontaines D.C. e IDLES, e sulla loro scia una genìa di band, all’interno della quale i Murder Capital si erano distinti per il sound livido e la muscolarità del cantante James McGovern. “Post-punk” è il termine che ha ormai cannibalizzato il vecchio “indie rock“. Se circoscriviamo il campo alle Isole Britanniche, però, l’ultimo biennio ha fatto registrare pochi guizzi estetici capaci di far evolvere il genere verso nuovi lidi.

In questo senso Gigi’s Recovery arriva appena in tempo ad alzare l’asticella. I Murder Capital targati 2023 hanno una consapevolezza rara, una voglia di sperimentare autentica e un desiderio di crescere umanamente attraverso alla propria musica. Hanno anche più sfumature di chiunque altro (e con questo intendo proprio, chiunque). McGovern è il tipo di persona a cui leggi in faccia un passato burrascoso. Non c’è bisogno di esplicitarlo con testi didascalici, bastano i riferimenti sparsi un po’ ovunque, una poetica tutta rivolta all’introspezione e canzoni che suonano come un viaggio tormentato dall’oscurità verso la luce. Le premesse: l’accettazione di sé, il taglio di qualche ramo secco all’interno della propria vita e uno sguardo rivolto al futuro.

Con questi presupposti canzoni come Crying assumono la forma di lunghe confessioni immerse in un paesaggio di sonorità aliene: un ecosistema di campionamenti, suoni processati, loop chitarristici e sfarfallii elettrici che in qualche modo collassano in melodie stralunate. Nulla è come sembra a un primo ascolto. Dovendo fare un paragone, si può dire che i dublinesi stiano al moderno post-punk come i Radiohead di Ok Computer stavano al britpop: un passo oltre i confini del genere, da cui è difficile persino distinguere la fisionomia di una rock song.

Prendete The Stars Will Leave The Stage: fra svolazzi di archi, i battiti di un piano robotico e il canto sopra le righe di McGovern, il brano trasla il Nick Cave di From Here To Eternity in un incubo futuristico. Stesso afflato spettrale, stessa inquietudine emotiva. La calma malata di Belonging, immersa in pozzanghere di un organo minimale, si guadagna la palma di brano più perturbante dell’album e chiarisce una cosa: nei brani dei Murder Capital c’è sempre qualche elemento fuori posto a increspare la linearità delle melodie, a rendere l’ascolto meno confortevole ma più intenso, a dare profondità ad ogni frammento. A ben vedere, l’unica cosa che la band ha in comune con i concittadini Fontaines D.C. sono le potenti parti di basso e un’interpretazione che talvolta (è il caso di A Thousand Live) rimanda ai pezzi più meditabondi di Skinty Fia. Ma brani come Only Good Things, così inseriti nella tradizione del vaudeville britannico, orientano i Murder Capital verso un cabaret dall’afflato gotico, gestito con sicurezza da McGovern, il cui canto risalta per contrasto dagli arrangiamenti impressionistici.

Le chitarre tornano a brucare su Ethel (uno dei perni tematici dell’album, in cui fantasmi del protagonista vengono scacciati dalla forza con cui si aggrappa a propri affetti), mentre i ritmi incalzanti di Return My Head restano l’ultimo appiglio ad un passato che oggi sembra lontanissimo per come la band è riuscita ad evolvere verso un art pop coraggioso e ricco di fascino, la cui fisionomia è ancora tutta da definire.

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