Recensioni

TOP
7.5

Torna Taja Cheek, aka L’Rain, a due anni da quel Fatigue che l’aveva messa sulla mappa finendo in cima a molte classifiche di critica. Il lavoro del 2021 era una stratificazione complessa di influenze che davano vita a quello che avevamo definito un album musical-fotografico di istantanee mosse.  Sospesa e divisa com’è tra il suo lavoro di curatela per un museo e quello di artista, Cheek aveva trovato una coniugazione invidiabile di queste due anime declinandole in un raffinato lavoro che si muoveva tra sampling, brillanti gemme melodiche pop soul e anche uno spoken word intimo e confessionale. Oggi l’artista di Brooklyn si ri-presenta con un lavoro dalle intenzioni più pop, con l’etichetta auto-appiccicatagli (non è un male) di disco anti-breakup, quindi risposta e digestione di una separazione. Conseguente a ciò tutto – o quasi – è ammesso, fin dal titolo I Killed Your Dogs non proprio confortevole, ma utile a esplicitare fin da subito anche i cattivi pensieri e le oscurità che qua e là faranno capolino – principalmente sottoforma di battute o cattiverie scherzose – nella tracklist.

Volendo, come ha dichiarato, uscire dall’ingombrante antro della musica sperimentale, L’Rain ha scelto di intraprendere una strada se non più varia musicalmente (e in parte lo è) più estrosa dal punto di vista della forma e del tono. La sua cifra stilistica di Cheek, comunque, è inconfondibile anche oggi: questo suo modo di giocare con le parole e i significati, cambiare i contesti, estrapolarli, è evidente nella title track, in cui la nostra intona una filastrocca inquietante addolcita da un piano rhodes e, sul finale, da fiati lontani. La metrica si dilata e si restringe, quasi respira, mentre L’Rain lascivamente racconta quasi smodata dettagli splatter sull’uccisione di un cane, tra le risate crescenti e prima di sussurrare I am your dog, come volesse sottolineare confini e sentimenti promiscui, indistinguibili tra vittima e carnefice.

Il disco ha poi un’anima più apertamente chitarristica rispetto ai precedenti: quando non espressamente dalle radici folk come la Bibio meets slowcore 5 to 8 Hours a Day (WWwaG) in cui la nostra sfoggia una gioia di vivere quasi liberatrice (fa il paio con Knead Bee e il suo refrain in salsa Chordettes) pure il singolo in area psych dilatato – di nuovo respira, si allarga e restringe – Pet Rock. C’è poi qui, come nel precedente lavoro, tantissimo da sintetizzare in brani che sono ampli e stratificati. Per questo i 36 minuti totali in realtà paiono ben più densi di ciò che potrebbe sembrare sulla carta. C’è spazio ancora per l’R’n’B di Clumsy e soprattutto di Uncertainty Principle, in cui Cheek si confronta con quelle che sono le insicurezze di cui parlava in un’intervista concessa a Pitchfork: All holes aren’t zeros / ‘Yes’ is always ‘Maybe / Silence is an answer for all but you. 

Intervallato com’è da una serie di intermezzi parlati o bozzetti che si esauriscono prima di voler diventare canzoni (citiamo What’s That Song che ironizza su un fantomatico motivetto canticchiato da qualcuno che non ricorda il titolo, prima di evolversi effettivamente in un pezzo che parte con quel motivetto – il singolo New Year’s UnResolution) in questo nuovo lavoro Cheek forse non si scrolla di dosso l’aura di sperimentatrice che avrebbe voluto lasciarsi alle spalle. Ma il disco è pieno di canzoni memorabili, quindi, in effetti: che importa?

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette