Recensioni

In un annata musicale che, pur avendoci regalato molta bella musica, non ha offerto finora nessuna vera grande sorpresa, il ritorno di Tracey Thorn e Ben Watt alla loro ragione sociale più conosciuta al grande pubblico risulta senza dubbio quello più inaspettato. Sulla carta perfino quello più improbabile. A ormai ventiquattro anni di distanza da Temperamental – il loro ultimo lavoro in tandem – e dopo aver messo fine al sodalizio nato nel lontano 1982 proseguendo la carriera più strettamente musicale per vie separate, ma non solo quella, si ha l’impressione che anche i diretti interessati, oltre che i numerosi, fedeli e nostalgici fan, non ci contassero davvero più di tanto.
Una scelta ben consapevole, quella della separazione artistica. Una decisione radicale e controcorrente presa per difendersi dalla morsa di una popolarità che rischiava di diventare sempre più asfissiante e paralizzante. E presa anche per poter mettere su famiglia, lontano dai riflettori, come tutte le coppie “ordinarie” cercano di fare tradizionalmente nella vita reale. O almeno questa è la versione ufficiale del loro scioglimento artistico. In realtà l’impressione è sempre stata quella di un tentativo di riacquistare una liberta creativa che rischiava di andare persa tra le aspettative, gli obblighi ed i lacci imposti dell’industria discografica e dal successo artistico che ne consegue. Cosa che comunque non gli ha impedito di proseguire indipendentemente, nel caso di Ben, con una fortunata carriera di dj, produttore e fondatore della label Buzzin’ Fly (battezzata come una canzone di Tim Buckley, sará un caso?), mentre in quello di Tracey si sono aperte le porte dell’editoria, un ambito artistico che l’ha vista diventare acclamata editorialista e scrittrice. Questo senza dimenticare la bellezza di ben tre album solisti incisi da entrambi. Dischi che li hanno riportati per certi versi alle loro origini, al suono elettroacustico delle radici, al formato cantautorale dal carattere intimistico; ad una più pacata introspezione insomma.
Introspettive, timide e schive anti-popstar, Ben e Tracey lo sono sempre un po’ state. E per certi versi, in questo risiede anche il segreto ed il fascino della loro musica. Forse perfino anche il motivo per cui il pubblico continua ad amarli ancora, e non li ha dimenticati. E poi ci sono le canzoni: quelle dei loro esordi – contenute in piccoli gioiellini di album quali Eden, Love Not Money e Baby, the Stars Shine Bright – primi passi artistici percorsi all’interno della scena musicale britannica di primi anni 80 che, tra idealismo indie, impegno politico ed una ritrovata sofisticazione musicale ed estetica allargava i propri orizzonti e cercava di affrancarsi dai clichè di un rock ormai diventato, per certi versi, parodia di se stesso. O ancora le canzoni dell’ambizioso The Language of Life, tinte di un patinato pop jazz d’alto bordo, tipico di un certo stampo americano ed impreziosito anche alla presenza di session-men di caratura stellare, fino ad arrivare alla consacrazione commerciale di Amplified Heart, con un ritorno alla dimensione più acustica, di ispirazione quasi folk. Questo in un momento storico in cui l’elettronica e il cosiddetto “new acoustic movement” diventavano, per qualche anno almeno, inseparabili yin e yang. Scene musicali opposte ma interconnesse. Rendendo cosi possibile il successo mondiale di Missing, la loro canzone più famosa, quella che ha aperto la strada ad album quali Walking Wounded ed il già citato Temperamental. Quelli che secondo gli stessi EBTG rappresentano i lavori meglio riusciti della loro intera discografia.
Inevitabilmente, e forse proprio per l’ampio lasso temporale che lo separa dall’ultima prova discografica, questo nuovo Fuse viene messo inesorabilmente a confronto con i suoi predecessori e giudicato sulla base dei ricordi che un pubblico che possiamo definire “plurigenerazionale” conserva. Memorie di momenti legati ad una fase o l’altra del loro repertorio, ad un album o l’altro, a seconda dei vari cambi d’abito musicale che li hanno contraddistinti. Ma Ben e Tracey non sembrano interessati a guardarsi troppo indietro e sfruttare l’effetto nostalgia, ne tanto meno ad assecondare i gusti del pubblico.
In realtà se si vogliono fare dei parallelismi riguardanti il sound generale, l’album sembra riprendere il discorso direttamente da dove si era interrotto con i già citati due ultimi LP. Così le chitarre, tanto amate da Ben in versione solista, vengono ancora una volta messe da parte per privilegiare un impianto strumentale elettronico, minimale e fortemente ritmico che serve ad assecondare la spontaneità quasi casuale – da studio casalingo – con la quale questo album è stato concepito. Un urgenza che è anche il migliore strumento per cercare di fotografare una contemporaneità sempre più complicata; entrando nei panni di personaggi reali, comuni, per raccontare le loro storie fatte di travagli interiori e tentativi di fuga. Canzoni che cercano di catturare lo spirito del tempo in cui viviamo, riflettendo sulle esistenze in bilico di un po’ tutti noi. Ecco allora che il sound sintetico e le atmosfere profonde e notturne che vengono evocate costituiscono lo sfondo ideale per canzoni piene di fatalismo, di dolore ma anche di romanticismo.
“What is left to lose?/Nothing left to lose/ Kiss me while the world decays/ Kiss me while the music plays” canta Tracey nell’iniziale primo singolo Nothing Left To Lose. La sua voce suona insolita, sorprendente. L’innato effetto consolatorio e la naturalezza nostalgica che l’hanno resa così amata hanno lasciato il posto ad un timbro più scuro, profondamente espressivo, quasi sofferente ma comunque deciso, che non lascia intravvedere traccia di timore, nonostante la catastrofe incombente. Sono qualità adiacenti a quelle che hanno fatto di Protection (scritta dal duo assieme ai Massive Attack, come tutti sapranno) e del suo ritornello “I stand in front of you/ I’ll take the force of the blow” una delle promesse d’amore più definitive e toccanti di sempre, ma la sensazione è che il tessuto vocale sia diventato più greve e drammatico. Questa sensazione è accentuata da una sottile ma comunque percettibile inorganicità del suono della sua voce, evidentemente alterata dalle tecniche di studio, contribuendo a renderla parte integrante della produzione di Ben, dalla quale spicca una linea di basso subsonica che non sfigurerebbe in una hit da dancefloor di Bicep o Moderat. E non a caso questo stesso brano è stato scelto per essere remixato niente meno che dal britannico Four Tet.
Sulla stessa vena proseguono le successive Caution To The Wind – un altra dichiarazione d’amore alla notte: “Out here in the dark/ A cloud across the stars/ The sky is a cathedral/ And I’m home” – e No One Knows We’re Dancing – nata sull’onda dei ricordi legati al club londinese Lazy Dog, gestito durante i primi anni 2000 dallo stesso Watt. Canzoni dove, ancora una volta, è il mondo delle ore piccole e l’inquieta umanità che lo popola che forniscono ambientazione ed ispirazione. Così come è anche il caso di Karaoke – “That night down at the karaoke/ I was in the groove/ Someone tried some Dylan/ But the place remained unmoved” – uno degli episodi più riusciti dell’album; dove una sognante e suadente melodia soul serve a disegnare il quadretto stringato ma efficacemente e teneramente ironico di una nottata passata in un locale come tanti e che, nonostante la banale ritualità del passatempo del karaoke appunto, si trasforma in una testimonianza della forza salvifica della musica ed una dichiarazione di fede nella sua potenza: “At one came the regulars/ Knew thе songs and the keys/ When that girl sang “Spotlight”/ Thе place was on its knees”.
I testi di canzoni ancora più profondamente introspettive come Interior Space, Run A Red Light – “Forget the losers, forget the morning/ Put a tune on and put your feet up/(…)/ Run a red light/ Forget the morning/ This is tonight” – When You Mess Up – un dialogo tra generazioni – oppure Lost – sentita riflessione sulla perdita di una persona amata e sull’elaborazione del lutto – servono a confermare questa convinzione di fondo. Le piccole e grandi tragedie dell’esistenza, gli ostacoli, i rimorsi, i rimpianti, il peso delle responsabilità; tutto ciò ci accomuna tutti. Gli unici antidoti a nostra disposizione sono il vivere intensamente nel momento, l’amore e, per chi ci crede, la musica.
Come dichiarato in un intervista rilasciata al sottoscritto dallo stesso Ben Watt qualche anno fa: “Arriva sempre uno sprazzo di luce attraverso le nuvole. Samuel Beckett ha scritto “Non possiamo andare avanti, dobbiamo andare avanti!”. È una conclusione di tipo esistenziale. Cosa c’è davanti a noi se non altra vita da vivere? Sono una persona fondamentalmente negativa, malinconica, ma vivo con Tracey e lei è molto brava a trovare nella vita tutto ciò che c’è di buono. Mi fa stare bene, e questo cerco di farlo entrare anche nelle mie canzoni, trovo che sia giusto farlo. Altrimenti è solo autocommiserazione”.
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