Recensioni

Tre album propriamente detti in dieci anni. Forest Swords torna con Bolted, il secondo su Ninja Tune che ha rilevato Tri Angle, dopo il fosco Engravings del 2013 e il più barocco Compassion del 2017, senza contare l’EP Dagger Path che lo aveva lanciato nel 2010 e colonne sonore per videogame (Assassin’s Creed: Rogue), pellicole e spettacoli di danza.
Viene subito da dire che questo suo terzo album, pur riducendosi l’effetto-sorpresa di una formula stilistica immediatamente riconoscibile, ha ogni potenzialità per cristallizzarne al massimo i presupposti concettuali. Bolted è infatti stato registrato in una vecchia fabbrica-magazzino, location post-industriale per antonomasia, e oltretutto a Liverpool, città natale del compositore-sonorizzatore-producer-grafico britannico, all’anagrafe Matthew Barnes, reduce durante il work in progress da un brutto infortunio a un piede.
La sua avant-elettronica dal mood hauntologico si è sempre insinuata con misteriosa eleganza tra ambient e dub, amalgamando al suo interno goticismi post-punk, chitarre post-rock, sample dagli afflati trip hop, percussioni tribali – qui, marimbe distorte – e fiati etno in grado di innescare le danze. In Bolted, come da titolo, è come se il nostro eroe imbullonasse con forza, serrati, stretti, tutti i suoi input del terzo tipo su reperti archeologici-sonori di civiltà perdute. Reperti raffigurati persino sulle copertine dei singoli sinora estratti, ben cinque, dei quali i video arty diretti-animati da Sam Wiehl sono ulteriore emanazione. In questa continua sospensione tra futuro e passato, sound digitale e strumenti analogici.
Insomma, basta peraltro leggere i titoli delle tracce, tra munizioni, macerie, sculture notturne, gabbie e catene, per tirar su un immaginario da Indiana Jones sci-fi, oppure da bladerunneriano Rick Deckard a caccia di beat umani, che emerge dalla nebbia synthetica di John Carpenter, cupo e appunto industriale come quello di Andy Stott ma meno monodimensionale, volto – anzi – allo sfondamento di portali extradimensionali come quello del giovane Koreless.
Il risultato è imponente e paranoico, più claustrofobico che mai, a partire proprio dai singoli, in ordine di scaletta: dal groove macina-tutto, scontato definirlo bellico, di Munitions, quasi da “attack music” per citare i conterranei These New Puritans, all’industrial pop con sample vocale inedito di sua maestà Neneh Cherry sfoderato in Butterfly Effect, con un effetto inevitabilmente alla Massive Attack, per proseguire con l’eco east wave-Dead Can Dance di Night Scultpure, le immateriali rifrazioni vocali di Caged e le cacofonie metalliche di The Low, tirata giù pensando a Yoko Ono.
Nondimeno, l’album è estremamente compatto, come rimarcato nella sua seconda metà: se Chain Link è programmatica eppure arriva a scoperchiare sax post-jazz e Hjope si fa fiabesca, End introduce quel tasso di malinconia, con tanto di archi, sviscerato appieno con l’allucinogena riflessione sul lutto di Line Gone Cold, a chiudersi con un epitaffio del compianto Lee Scatch Perry. Bolted genera così una natura tutta sua, riscrive a suo modo la storia, ma di questa realtà alternativa rende disperatamente prigionieri.
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