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7.3

“È tutto vivo”, ci dicono gli anch’essi redivivi Slowdive. E ancora una volta la morte più anticipata e preconizzata di sempre, quella del rock, ce la siamo scampata. Certo, non di rock in senso stretto si parla, ma ci siamo intesi: qui di chitarre ce ne sono a iosa. Il problema è, in realtà, leggermente diverso e forse più pressante. Cosa può dirci il rock (ok, non di rock in senso stretto si parla… e bla bla bla) in tempi di eterni ritorni, retrotopie incessanti, paralisi del nuovo?

Ci aspettiamo slanci innovativi, ibridazioni particolari, svolte epocali oppure un quieto vivere, spesso a rimorchio del già detto (o suonato, o udito)? Beh, chi scrive non sa rispondere, ma il caso in oggetto può essere preso a esempio di come pretendere di stupirsi o meravigliarsi per qualcosa, specie se quel qualcosa è ormai più che canonizzato, sarebbe un errore marchiano e troppo evidente.

Quindi “accontentiamoci” di quanto la band di Rachel Goswell e soci continua a proporre mantenendo la barra dritta all’interno di un genere che ha evidentemente contribuito a consolidare, ovvero un concentrato di shoegaze sognante ed evocativo, sempre in perfetto equilibrio tra passaggi sognanti e momenti più chitarristicamente più fragorosi. E se l’omonimo lavoro del 2017, con cui si erano riaffacciati su un mercato discografico ormai totalmente diverso da quello che avevano frequentato nel primo lustro dei ’90, sembrava aver beneficiato, almeno in termini di freschezza, dello iato più che ventennale, ora con Everything Is Alive ci si aspetta qualcosa di più: dopotutto il rodaggio live ha rinsaldato la band e chi ne ha potuto godere, come all’ultimo Ypsigrock, ne parla in termini entusiastici.

Quindi questo comeback della nuova fase è un po’ il disco della conferma, il “secondo difficile disco” come si diceva quando le uscite erano molto più centellinate, e conferma la bontà della vena della formazione storica: l’apertura affidata a Shanty è visionarietà filmica a furia di motorik gentile, synth arpeggiati e turbinio di chitarre che sembrano rincorrersi per aprirsi a guardare l’universo racchiuso nella punta delle scarpe; la pastorale diffusa di Andalucia Plays (il riferimento lirico e d’ispirazione qui è John Cale) è un mosaico di atmosfere 80s, le stesse del singolo kisses (e del suo bel video ambientato in una napoli segreta e immaginifica), calate però su un tappeto quasi slow-ambientale; la bassa battuta eterea e sognante traccia tutta la lunghezza di Prayer Remembered fino a divenire preda di chitarre vorticose ma mai parossistiche; l’ethereal-pop che segna Skin In The Game ne fa indubbiamente il singolo cinematografico che mai come ora potrebbe divenire tale, visto il bracconaggio dell’underground da parte di giovani registi e sceneggiatori.

Insomma, si sarà capito da questa breve campionatura di Everything Is Alive che gli Slowdive sono tornati al punto di partenza, rinverdendo i fasti di quel primo e ormai lontano Just For A Day che più di tre decenni orsono fece gridare al miracolo pur in una affollata scena shoegaze. E quindi sì, giochiamo banalmente col titolo e ribadiamo che i cinque di Reading ci hanno convinto e che se tutto è ancora vivo, gli Slowdive lo sono alla grande.

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