Recensioni

“I just looked into my life / and all I saw / is that you’re not coming back”. La voce di Damon Albarn è profonda, dolente, accorata, carica di emozione. Inizia così, su accordi di piano di chiara ascendenza lennoniana, The Ballad (e il relativo, quasi omonimo disco): versi di un’onestà brutale, da togliere il fiato, a mettere subito in chiaro che i Blur, oggi, sono qualcosa di profondamente diverso dalla band che abbiamo sempre conosciuto. Diversi dai ragazzetti sfrontati e baggy di Leisure. Diversi dai campioni Britpop della trilogia Modern Life Is Rubbish / Parklife / The Great Escape. Diversi dai quattro sovvertitori in guerra col mondo (e con sé stessi) di Blur e 13. Diversi dai sopravvissuti di Think Tank e The Magic Whip. Inevitabilmente.
Sono passati trentacinque anni dalla loro formazione. Trenta dai fasti di quegli anni ’90 che li hanno visti protagonisti assoluti di una stagione irripetibile; venti dal primo, vero scioglimento (con l’abbandono di Graham Coxon, tassello fondamentale e cuore sonico del gruppo); quattordici dalla prima trionfale reunion a Hyde Park; nove dall’ultimo lavoro in studio, realizzato quasi incidentalmente dopo essersi riformati. Questi numeri sono importanti. Gli anni trascorsi non sono pochi. Contano. Hanno un loro peso, e questo nuovo The Ballad Of Darren – arrivato quasi inaspettatamente alla vigilia dell’ormai ennesimo ritorno dal vivo, segnato dall’apoteosi di carriera dei due concerti allo stadio di Wembley – parla, essenzialmente, di questo. Non è poco.
Con una storia come la loro alle spalle, i Blur potrebbero benissimo accontentarsi della gloria postuma e delle meritatissime celebrazioni. Come, giustamente, fanno già; meglio e più di altri. Ma non può bastare. E allora sì, è possibile: si può esistere come legacy act, leggende viventi da osannare e celebrare, e anche come band funzionale, contemporanea, veicolo espressivo di quel che si vuole e si può esprimere solo nel momento presente. Non sono in molti a farlo, o a riuscirci così bene.
D’altronde, con un leader così, non è possibile altrimenti. Albarn, oggi cinquantacinquenne, è da tempo la dimostrazione vivente di come curiosità, ispirazione, esigenza espressiva possano essere il motore di un’attività artistica irrefrenabile, di un bisogno che non può conoscere limiti, che sa adattarsi a forme e medium diversi a seconda del momento. Non può non venire in mente la stessa fame di David Bowie (e non potrebbe essere altrimenti: l’ascendenza del Duca sull’ex ragazzo di Leytonstone è una costante talmente evidente da risultare quasi superfluo sottolinearla, eppure…), quell’appetito insaziabile che porta di continuo al prossimo progetto.
Da buon workaholic, Damon ha iniziato a scrivere queste dieci nuove canzoni (in realtà molte di più, al punto che si era persino pensato a un album doppio) durante un recente tour dei Gorillaz in America, servendosi di uno studio portatile messo su per l’occasione in hotel. Le circostanze felici del momento – o l’allineamento propizio degli astri, o forse non poteva davvero che essere così – hanno fatto sì che il seguente appuntamento in agenda (messa a punto con successo la pratica Cracker Island) segnasse l’imminente rimpatriata con Graham, Alex e Dave, e così quei bozzetti estremamente personali e intimi, scaturiti da uno stato d’animo ispirato e meditativo, figlio di papà Bowie (quello crepuscolare di The Next Day) e in continuità con l’eccellente The Nearer The Fountain, The More Pure The Stream Flows (passando per la malinconia color seppia dello splendido Merrie Land a nome The Good, The Bad And The Queen), sono diventati il nono album dei Blur.
In effetti, la tentazione di archiviare The Ballad Of Darren come “l’ennesimo progetto solista di Albarn travestito da qualcos’altro” si potrebbe avvertire forte, di primo acchito. Ma sarebbe un errore, perché Damon ha voluto in studio con sé sin dall’inizio il vecchio amico d’infanzia, Graham– e dove ci sono loro due, si sa, ci sono i Blur. E il fatto che Coxon stia vivendo una piena rinascita umana e artistica in seno al progetto The Waeve (titolari di uno dei dischi dell’anno in corso) non è un dettaglio da poco e non può essere un’altra coincidenza: sapendo ascoltare, intervenire in modo discreto ed essenziale e inserirsi con le sue sei corde nei punti giusti (insieme a James e Rowntree, certo, che come sempre completano il quadro con carattere ed eleganza, in un sound cangiante eppure sempre riconoscibile), ha contribuito a creare una nuova alchimia che non suona come niente prodotto sinora dalla band di Parklife.
Parte del merito va certamente alla mano fortunatissima del produttore James Ford, chiamato a inizio 2023 in sostituzione del veterano e “solito” Stephen Street; non è quindi un caso se le atmosfere, certi suoni e il paesaggio sonoro possono ricordare gli ultimi due album degli Arctic Monkeys (di recente, guarda un po’, oggetto di attestati di stima via stampa da Albarn, che li ha definiti “l’ultima vera guitar band”). Ma al centro di tutto resta saldo il songwriting di Damon e l’apporto della sua vecchia band: lo stesso leader ha definito questo come il primo, vero album dei Blur dai tempi di 13, ed è difficile dargli torto. Qui non si cerca di tenere insieme i cocci di una band che non funziona, di far suonare insieme musicisti che non sono più abituati a farlo o cercano altre vie espressive.
Tutto qui suona organico, fluido, a partire dal singolo apripista The Narcissist, la cui ariosità pop si apre in modo inedito per i Quattro, in un suono classico eppure rinnovato, con un carico di emozione palpabile nella tensione degli accordi, nella melodia, nella voce. Anche l’altro episodio più apertamente radiofonico, l’eccellente super-singolo Barbaric che, tra sound e batterie discendenti dai Gorillaz (e/o Royal Morning Blue da Fountain), una progressione armonica estremamente diretta e refrain melodici indimenticabili condensa una canzone da manuale, nasconde una malinconia crepuscolare a sicura presa emotiva (“I have lost the feeling that I thought I’d never lose”).
L’emozione è la chiave di queste canzoni. Vedi l’urlo di terrore parodistico della ghost story St. Charles Square, unico vero rocker del lotto, divertente e divertita rievocazione del suono di Scary Monsters (rieccolo…) con Coxon che fa di tutto per non suonare come Robert Fripp (fallendo). Vedi le chitarre acustiche scarne e gli accordi diminuiti di The Everglades (For Leonard), ispirata da un murales dedicato proprio al vate Cohen in quel Montreal, osservato da Albarn mentre componeva nella sua stanza di albergo. Vedi le spirali di chitarre – puro Coxon, sempre al servizio della canzone e mai invasivo – di Goodbye Albert, o il valzer evocativo e fantasmatico della nostalgica Far Away Island. Vedi l’efficace costruzione, sovraincisione dopo sovraincisione, della conclusiva The Heights, che chiude la scaletta in tono ascendente, culminando in un vortice di distorsioni.
In appena trentacinque minuti di programma – pregio assoluto, di questi tempi – di momenti così se ne possono trovare davvero tanti. “A cosa serve costruire la propria Avalon, se non riesci ad essere felice una volta che è completa?”, si chiede Damon nell’omonima canzone ispirata alla mitica isola paradisiaca di re Artù. Un analogo senso di insoddisfazione e straniamento di fronte alla rovina permea la malinconica Russian Strings, con i suoi “condomini che crollano, ma se metti su le cuffie non li sentirai più di tanto”.
Ma l’apice non può che essere l’iniziale The Ballad, da cui scaturisce il titolo – e il senso – del disco. “Hai finito poi quella canzone?”, chiedeva ogni volta a Damon il roadie Darren “Smoggy” Evans, da sempre membro della famiglia allargata Blur (è lui che sostituì al basso un irreperibile Alex in quel di Sanremo, anno 1996, in una esibizione televisiva entrata di diritto nella mitologia del gruppo), oggi ancora al servizio del cantante. Quella canzone di Darren, per essere finita, aveva però bisogno di qualcosa – qualcosa che non si trova a poco prezzo da Tesco, come Il sentimento di perdita che scaturisce solo dall’uscita dalla propria vita di una persona fondamentale.
“I just looked into my life / and all I saw / is that you’re not coming back”: già, quei versi citati in apertura sembrerebbero proprio riferirsi alla relazione tra Albarn e la madre di sua figlia, l’artista Suzi Winstanley, naufragata dopo venticinque anni (eccolo ancora, il tempo e i suoi numeri). Il che farebbe di questo un altro breakup record (così come lo era stato 13 all’indomani della rottura con Justine Frischmann), se invece non fosse pervaso da così tante altre sensazioni (la mancanza, dettata dalla morte di amici come Tony Allen e Terry Hall degli Specials), simboli (come quel nuotatore solitario in copertina, ritratto da Martin Parr) e significati che intrecciano il racconto della loro – e della nostra – maturità.
Sembra quasi facile oggi, con il senno del poi e alla luce del presente, dire che i Blur sono l’ultima grande brit band, tra le migliori – se non la migliore – di una generazione (anzi, di una specie) in via di inesorabile estinzione. I concerti e le celebrazioni di massa servono a questo. Ma un disco così, di questi tempi, è davvero un regalo da cielo.
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