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7.6

Il ritorno di Cécile Schott coincide con il primo disco completamente strumentale dai tempi di Les ondes silencieuses, che è un po’ come dire che si torna alle fascinazioni originarie, quelle di un sound concepito come flusso di coscienza, ovvero diretta espressione del mondo interiore di Colleen, senza la mediazione culturale del canto.

Se nel 2007 le composizioni erano delegate al suono della viola da gamba e della spinetta, questa volta Colleen si immerge nel caldo suono sintetico, allineandosi di fatto al trend avant-analogico. La palette strumentale non potrebbe essere più minimale: un synth semi-modulare, un moog Grandmother, due delay che regalano profondità spaziale (un Roland RE-201 Space Echo e un Moogerfooger Analog Delay), senza alcun intervento di post produzione digitale.

Come sempre in Colleen, forma e sostanza sono due facce della stessa moneta. Il sound synthethico è concepito anche come chiave d’accesso alla deriva filosofica che sottende il disco e secoli di riflessione speculativa: cos’è la realtà? Le jour et la nuit réel era stato inizialmente concepito come il precedente The Tunnel and The Clearing, come un album di canzoni con canto e testi. Durante il processo creativo, il sound è evoluto lentamente verso la forma attuale e le composizioni si sono articolate in più movimenti. Ogni movimento, di ciascuna suite, è stato elaborato con una diversa impostazione, ma con alcuni elementi distintivi ben identificabili, dando un’angolazione diversa alle stesse note.

Il disco, idealmente, si articola in due sezioni – giorno e notte – a loro volta suddivise in sette suite. I suoni più abrasivi e ruvidi vengono concentrati nella prima parte, lasciando che le timbriche si addolciscano man mano che sopraggiunge la notte e con essa una sempre più pronunciata malinconia. Come sempre notevole il lavoro sulla caratura timbrica dei suoni. Per superare le limitate possibilità di un synth mono, di fatto utilizzato come architrave di tutte le composizioni, la Schott è ricorsa a diverse soluzioni in un approccio da lei chiamato “ibrido uomomacchina”.

Nonostante queste limitazioni rimane inalterata la sua maestria nel giustapporre note e riverberi in un modo solo all’apparenza semplice e banale. È così che nascono quelle piccole melodie concentriche, che sono ormai puro trademark Colleen. Si veda la nenia agrodolce di Be without being seen: il Movement I è un soffice, fatato, ghirigoro ambientale, che con il delay del Movement II assume connotati space-lisergici, che trascendono nel riverbero del Movement III. Ancora più ammalianti i tre movimenti di Les parentheses enchantees, quasi un ritorno all’alchemica folktronica del primissimo album Everyone Alive Wants Answers. Colleen mette in musica un mondo interiore, sognante e lontano nel tempo, che mima cadenze mitiche e ancestrali.

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