Recensioni

“Kindness is a trick to turn you strange / til you’re twisted and you’re shining like a varicose vein / Anger makes you weak and turns you sick / and gets you in the six feet nice and quick“. È con cauta eccitazione che ci si approccia al primo lavoro composto e pubblicato in solitudine dal frontman di una delle band più promettenti degli ultimi anni, i Fontaines D.C., e che osano pure mantenere le promesse tra nomination al premio Ivor Novello e un Brit Award come “migliore gruppo internazionale dell’anno”.
Ancora col vento in poppa, con tre dischi tutti pienamente a fuoco pubblicati nel giro di quattro anni, Grian Chatten si concede una collezione crepuscolare di nove canzoni intensamente poetiche, che rivelano un’angolazione diversa della sua abilità nella stesura di testi memorabili, colmi di immagini, che si nutrono di ossimori e di un’ironia presa in prestito da Samuel Beckett che penetrano in una poesia elevata – se Oscar Wilde era dalla parte di Morrissey in Cemetery Gates, qui gli amori dichiarati sono William Butler Yeats (“per il modo in cui non nasconde i propri sentimenti” e il proprio “cuore sanguinante”, ha dichiarato una volta il cantante in un’intervista) e il più cerebrale James Joyce.
Un lirismo messo giù sul foglio bianco con le mani sporche di terra dopo essersi disteso sull’erba appena prima di un tramonto, che dondola in una dimensione musicale più raccolta, intima, melodica, che non rinuncia laddove necessario alla tensione che è cifra stilistica del gruppo-madre ma indugia più amorevolmente nelle scale di grigi e nei toni seppia che non nel rosso fuoco e nel buio nero pece.
L’esigenza di ritagliarsi un primo album solista a mo’ di side project (come in tanti prima di lui hanno fatto, come Bryan Ferry negli anni Settanta senza che questo significasse la fine dei Roxy Music, o come James Dean Bradfield che nonostante qualche divagazione rimane saldo al timone dei Manic Street Preachers) è nata in una notte particolare, lungo la Stoney Beach a trenta miglia da Dublino.
“L’album mi è arrivato dalle onde”, ha spiegato il cantautore. “Ogni sua parte, dalle progressioni degli accordi agli arrangiamenti degli archi”. Grian non se l’è sentita di imporre qualcosa di così personale agli altri membri dei Fontaines D.C. (“non volevo andare da loro e dire ‘no, ogni singola cosa dev’essere così’”), pertanto Chaos For The Fly è un necessario capitolo a sé stante della sua storia di uomo e musicista. Alla produzione, insieme a lui, c’è la solida spalla di Dan Carey che dà il proprio meglio anche come polistrumentista tra giri di basso, synth modulari, il peculiare Swarmatron già utilizzato da Trent Reznor e Atticus Ross per la colonna sonora di The Social Network e da John Cale per Time Stands Still dal suo recentissimo Mercy, ma anche chitarre, drum machine e l’inconfondibile suono del wurlitzer; il resto della ciurma è composto da Violeta Vicci (viola, violino), Tom Coll alla batteria, Hinako Omori al piano e ai sintetizzatori e, in due tra i brani più evocativi del lotto, la tromba di Freddy Wordsworth.
Il controcanto di Georgie Jesson, compagna del nostro, dona ai brani talvolta malinconia e talvolta una contrastante lucentezza, accostandosi ora a Wendy Smith dei Prefab Sprout ora a Laetitia Sadier – specialmente quando Chatten le concede porzioni più corpose da interpretare, come nell’episodio cocktail lounge Bob’s Casino in equilibrio perfetto tra gli Swing Out Sister, gli Stereolab e gli ultimi Arctic Monkeys.
La tavolozza è un campionario di tinte dal fascino umbratile, con un modo nuovo di dosare una voce che in più tratti riesce ad abbandonare la tendenza alla litania smithsiana e abbraccia compiutamente un crooning più espressivo, duttile e sicuro di sé: ascoltando il brano che apre la collezione, The Score, è impossibile non pensare a Nick Drake fino a quando non entra la batteria elettronica, ma già nel successivo Last Time Every Time Forever (la cui cullante costruzione melodica ricorda Close Cover di Wim Mertens) sembrano emergere altri modelli, come Ian McCulloch degli Echo and the Bunnymen. È il singolo Fairlies, tuttavia, a mettere meglio in mostra le potenzialità vocali di Grian Chatten che affronta la strofa con un sussurro forbito e confidenziale tra Paddy McAloon e l’ultimo Finn Andrews dei Veils per poi esplodere, sempre con il suo inconfondibile accento dublinese, nel ritornello.
L’ammirazione per la ditta Morrissey/Marr si manifesta con fervore nel dondolio di All Of The People (dalle parti di Sleep), mentre in East Coast Bed una drum machine e il suono liquido di una chitarra elettrica riportano alle atmosfere dei Cocteau Twins anni Ottanta, ma reimmaginate come se le adottasse Sondre Lerche. Un altro riuscito incontro (im)possibile è quello in I Am So Far tra la strofa à-la Comfortably Numb e il supporto vocale di Georgie che tira in ballo involontariamente connazionali illustri, ma poco ricordati, come i Microdisney di Are You Happy.
C’è spazio anche per un folk irlandese fino al midollo, Salt Throwers off a Truck, e per un sommesso melange tra riff in odore di Nirvana e certe dinoccolate trovate degne del Beck anni Novanta nella conclusiva Season for Pain (“se non hai alcun posto dove andare / abituati alla pioggia / questa non è la stagione per amare / questa è la stagione per il dolore”).
Chaos For The Fly ha il pregio di non andare per le lunghe, confida nella forza delle chitarre acustiche e del violino ma anche delle parole, che sanno accarezzare ma anche suonare come ceffoni (“Live by design, til you resign / If anyone asks, I love my city…”, o le amare riflessioni sulla fama, sui finti sentimenti e le ipocrisie a corollario in All of the People – “straight to the white hotel / up in the sky / I’m hard as my money / Yeah, you’re soft as a lie”).
È un disco che si rivela strato dopo strato, ascolto dopo ascolto, perdendosi tra le nuance, gli accordi in settima, il languore del pianoforte, con la sensazione di camminare di notte proprio al fianco di Grian Chatten. Che non è solo il leader di una grande band, a quanto pare, ma un appassionato songwriter che sa calare la rete come il più abile dei pescatori, offrendo un mondo in cui immergersi, perdersi e infine ritrovare in lui noi stessi.
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