Recensioni

7.4

Un’amica, abituata a vedere dove gli altri si limitano a guardare, mi ha fatto notare mesi fa quanto siano state storicamente rare narrazioni di gruppo al femminile. Spesso la presenza di una figura femminile funge da contorno/diversivo all’interno di comitive maschili, oppure vengono al massimo indagate dinamiche a due, tra due best friends, due sorelle, due amanti, due rivali e via dicendo. Chissà come sarebbe stato diverso It se Beverly Marsh non fosse stata l’unica nella banda dei “Perdenti”, oppure in tempi più recenti come sarebbe stato parzialmente diverso l’avvio di Stranger Things se Eleven non fosse stata la super ape regina di una manciata di ragazzini nerd.

Per fortuna, le cose stanno in realtà cambiando da tempo e il progetto boygenius ne è un ottimo esempio. Julien Baker aveva già sperimentato la dimensione del power trio in occasione del “The Wild Hearts Tour” condiviso con Angel Olsen e Sharon Van Etten. Stavolta Baker ha stretto sodalizio con le coetanee Phoebe Bridgers – tra gli ospiti dell’imminente album dei The National – e Lucy Dacus. Sodalizio avviato in realtà nel 2018, con l’omonimo EP uscito per Matador, sulla cui copertina le tre imitavano Crosby, Stills, & Nash, deridendo l’iconografia patriarcale ma anche rivendicando la possibilità di incarnarla.

Adesso si punta in alto con un primo full lenght pubblicato da una major e servizi fotografici in iconica/ironica pompa magna – quello dove le artiste statunitensi replicano il leggendario scatto dei Nirvana per “Rolling Stone”, tra queerness e spirito anti-estabilishment.

Nonostante le tre musiciste, attese al prossimo Coachella, abbiano composto – inizialmente a livello individuale, dopodiché in costante conversazione – e prodotto tutto per conto proprio, a partire dal giugno 2020, registrando ai Shangri-la Studios di Malibu, in California, nel gennaio 2022, ciò non ha impedito loro di chiamare a raccolta un valente battaglione: Jay Som (Melina Duerte) al basso e Carla Azar (Autolux) alla batteria, oltre a Sarah Tudzin (Illuminati Hotties) e Catherine Marks a prestare supporto in fatto tecnico.

Poi, per non farsi mancare niente: le note stampa sono state vergate dall’autrice Elif Batuman, nominata al Pulitzer, e tre videoclip, condensati in forma di un bel cortometraggio intitolato the film, sono stati diretti da Kristen Stewart, nominata agli Oscar senza scendere a compromessi, fan del miglior indie rock e pronta a esordire alla regia del suo primo film con l’adattamento de La cronologia dell’acqua di Lidia Yuknavitch. Come dire, “affirmed young women”. In Without You Without Them, una breve e teporosa intro a cappella all’unisono che apre la scaletta di the record, il messaggio di condivisione, nonché di trasmissione di un bagaglio generazionale, è d’altronde chiaro: «Who would I be without you, without them?».

$20, Emily I’m Sorry e True Blue, i tre singoli di lancio, sono guidati in ordine da Baker, Bridgers e Dacus, sostenendosi negli spazi riservati a turno all’una o all’altra, più punk la prima, più introspettiva la seconda, più dream pop verso malinconici lidi Daughter la terza. Tre singoli che si legano tra loro proprio nel corto tra sogno e vita vera realizzato da Stewart, dove le tre si alternano nel ruolo di protagoniste sino alla fusione totale, sancita da patti di sangue e baci, quasi a sfocare ogni chiave di lettura univoca nella definizione delle più pure o impure affinità elettive.

Satanist passa in rassegna elettrica trascorsi di adolescenza in contesti religiosi (quelli di Baker), anarchia e nichilismo, la folkie Cool About It omaggia Paul Simon tanto quanto Leonard Cohen – come da titolo – fa con il compianto canadese (nello specifico, con il verso «There’s a crack in everything, that’s how the light gets in», da Anthem), mentre Not Strong Enough sfodera gran orecchiabilità country-pop nell’affrontare il filo conduttore dell’intero lavoro, inclusa la provocante sigla boygenius: la svalutazione aprioristica della donna rispetto all’uomo. Ecco perché le tre intonano assieme l’ossessivo bridge «Always an angel, never a god», evidenziando un destino di sottomissione gerarchica socialmente sedimentato.

Pur nell’assoluto rispetto delle apprezzabili rispettive discografie (tre album per Baker e Dacus, due per Bridgers), l’unione sembra fare davvero la forza, fruttando un songwriting dalle maggiori sfumature, nelle costruzioni, negli arrangiamenti e nei chiaroscuri emozionali. Baker ha sviluppato una sinergia con Dacus e successivamente con Bridgers, sulla scia di comuni interessi letterari, di confronti sulle carriere in ascesa e vari scambi di e-mail.

Se le scrivono, se le cantano e se le indirizzano a vicenda in grande armonia, queste dodici tracce, tra rimandi interni – Letter To An Old Poet racchiude parti della vecchia Me & My Dog – oppure ganci all’immaginario delle produzioni da soliste e a riferimenti come Elliott Smith, Joan Didion o Rainer Maria Rilke. La loro amicizia non è stata come innamorarsi, a detta di Bridgers, perché è stata un autentico innamoramento. Scaturita da Dacus, We’re In Love sta ad affermarlo.

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